martedì 31 gennaio 2017

La casa tonda di Louise Erdrich

“Le donne non si rendono conto di quanto gli uomini fanno assegnamento sulla regolarità delle loro abitudini. Noi assorbiamo nei nostri corpi i loro andirivieni, nelle nostre ossa i loro ritmi. Il nostro polso è regolato sul loro, e come sempre in un pomeriggio festivo si attendeva che mia madre cominciasse a scandire i minuti che ci separavano dalla sera. E così, come potete capire, la sua assenza fermò il tempo.”

La vita del giovane Joe - tredici anni e tre amici, Angus, Cappy e Zack - viene sconvolta di colpo. Una domenica la madre Geraldine esce di corsa dopo aver ricevuto una telefonata e torna tardi, sanguinante e sfigurata dai lividi, scampata alla morte per un soffio: qualcuno l'ha aggredita e stuprata, poi ha tentato di darle fuoco. È riuscita a fuggire, ma da quel momento non è più la stessa: passa le giornate a letto, rifiuta il cibo, non parla; non racconta neppure che cosa sia accaduto.
La casa diventa un luogo carico di ansia, un edificio con al centro un vuoto; l'assenza della madre, che vegeta al piano di sopra, tormenta Joe ed il padre, il giudice Coutts, e li travolge in un altalena di rabbia e sconforto. Joe, insofferente di fronte alla apparente passività dei genitori, si mette alla ricerca di indizi attorno alla 'casa tonda', luogo in cui è avvenuto l'aggressione: il terreno nei dintorni è in parte sotto la giurisdizione della 'riserva indiana' alla quale appartiene la famiglia di Joe, in parte è compresa all'interno di un parco del governo federale. Le indagini sono bloccate in partenza: un 'bianco' non può essere accusato dalle leggi della riserva.

Seguendo le tracce di un legal-thriller e allo stesso tempo di un romanzo di formazione, Luise Erdrich narra la vita quotidiana e la precarietà di una riserva indiana nel Nord Dakota, tra difficoltà burocratiche ed economiche, violenze e impasto di culture. Joe e i suoi giovani amici crescono tra cattolicesimo e tradizioni tribali, storie di fantascienza (Star Trek, dal quale sono tratti i titoli dei capitoli) e racconti degli anziani che finiscono sempre per parlare di sesso e di famiglie allargate in ogni modo possibile.
La crescita di Joe avviene attraverso lo scontro con i genitori, attraverso la paura e la rabbia, gli amici ed il sesso; il ragazzo si muove di continuo, da una famiglia all'altra, da un amico all'altro, dal vecchio sciamano al parroco ex-marine; l'ansia di capire, di trovare il colpevole per rimettere le cose a posto non gli dà tregua. Il male del mondo gli è piombato addosso in un momento e fatica ad accettare che niente sarà mai più come prima, ha dovuto assaggiare la mela avvelenata della conoscenza ed il paradiso è perduto per sempre. Dovrà fare i conti con il mondo qual è, tra ingiustizie ed errori e violenze indicibili; riempire il vuoto lasciato dalla madre madre e dal padre, per ritrovarli quando sarà carico di errori quanto gli altri adulti che ha attorno.
Il controverso rapporto tra legge e giustizia è qui narrato in una delle situazioni in cui la distanza è grande: il romanzo di Louise Erdrich è soprattutto testimonianza, denuncia dell'impunità che ha lasciato tantissime donne delle riserve indiane abusate e abbandonate dalla legge in quello che Amnesty International ha definito nel 2009 'labirinto di ingiustizie'
Il ritmo non sempre trova un suo equilibrio, ma il ritratto che esce degli uomini delle donne della riserve è ricco è pieno di vita, divertente e commovente. Vale la pena di conoscerli.

'Non puoi capire se uno è indiano da una serie di impronte digitali. Non puoi capirlo dal nome. Non puoi capirlo nemmeno da un rapporto della polizia locale. Non puoi capirlo da un ritratto. Da una foto segnaletica. Dal punto di vista del governo, l'unico modo in cui puoi capire se uno è indiano è quando guardi la storia di quella persona....essere un indiano è, per molti aspetti, un incubo burocratico

venerdì 27 gennaio 2017

La figlia dell'altra di A. M. Homes

"Era il suo incubo, aveva sempre temuto che arrivasse qualcun e mi portasse via. Sono cresciuta sapendo che era la sua paura, e sapendo in parte che non aveva niente a che fare con è che venivo portata via, ma col suo primo figlio, che era morto subito prima della mia nascita. Sono cresciuta con la sensazione di essere tenuta a distanza. Sono cresciuta con la rabbia dentro."

Quello che A.M. Homes ha in qualche modo sempre aspettato, quello che la madre adottiva ha sempre temuto, un giorno accade: la madre biologica si mette in contatto con loro, chiede di poter rivedere la figlia, abbandonata trentun anni prima, pochi giorni dopo averla partorita.
L'equilibrio che la giovane scrittrice si era faticosamente costruita, venendo a patti con la sensazione di 'essere tenuta a distanza' da parte di entrambe le sue due madri e con la rabbia di chi sente di essere sbagliato, impossibile da amare, in difetto dalla nascita, crolla di colpo. Il senso di estraniazione si fa più acuto di fronte alla presenza reale della madre su cui tanto aveva fantasticato: quella che poteva essere una regina, un'artista, una divinità scintillante, si incarna in una voce roca che cerca rassicurazioni alle proprie ansie, chiedendo alla figlia di essere adottata da lei, di essere amata ed accolta. I contatti telefonici con questa sconosciuta che l'ha messa al mondo mettono in moto emozioni profonde, accendono curiosità, aspettative, paure.

"Ogni sfumatura, ogni dettaglio significa qualcosa. È come recuperare la memoria tutta in un colpo dopo un'amnesia. Cose che so di me, cose che esistono senza il linguaggio, il mio hardware, i meccanismi di accensione del pensiero, parti di me che sono fondamentalmente, inesorabilmente me, vengono riecheggiare all'altro capo del filo, confermate come due stringhe di Dna che combaciano. Non è una sensazione del tutto rassicurante"

Il contatto con la madre porta in breve tempo alla conoscenza del padre, già sposato quando ebbe una relazione con la giovane donna che rimase incinta della protagonista: lui non se la sentì di lasciare la famiglia, lei non ebbe la forza di crescere la bambina da sola.
L'incontro con i genitori naturali si rivela un percorso difficile, spesso deludente. Ma il bisogno di sapere riemerge ancora più potente, al di là di ogni impossibile rinascita. Il memoir di A.M. Homes si trasforma a un certo punto in una caparbia ricerca genealogica, durante la quale frammenti di storie altrui, uomini e donne che possono avere a che fare con la sua famiglia d'origine ma che spesso si rivelano frutti di rami diversi, prodotti di altri alberi, apre la dimensione del privato ad un respiro più ampio, ad un interesse per le storie di tutti; alla luce di una possibile 'parentela' l'interesse illumina i particolari di una moltitudine di esseri viventi che hanno vissuto e sono scomparsi, senza che di loro vi sia più memoria. La struttura autobiografica cambia ritmo, si fa ricerca minuziosa, ossessione.
" Va avanti per mesi, a ondate. Scarto e raccolgo informazioni finché, esausta e spesso scoraggiata, mi fermo, mi ricompongo e ricomincio....Continuo a scavare di quando in quando, a spizzichi e bocconi, raccolgo i frammenti di centinaia di vite"

La ricerca diventa interesse, ma gli interrogativi più urgenti sono ancora senza risposta, raccolti in un capitolo di domande per il padre sfuggente. Nel finale la conclusione del percorso si sposta, senza preavviso, su un personaggio diverso: l'ultimo capitolo è un ritratto pieno di calore e riconoscenza per la nonna adottiva, che chiude la ricerca delle sue radici. Il viaggio tra genitori e il loro doppio, attraverso lettere, conversazioni, telefonate, incontri nei bar, ricerche in archivio si ferma ad un tavolo, un grande tavolo di legno: il tavolo della nonna, il luogo dello scrivere. Le radici sono lì, dove si è formato quello che la protagonista ha scelto di diventare, figlia di tutte le sue famiglie e delle donne e uomini che le hanno indicato la via, e nipote, poi madre, e sempre scrittrice.

Una scrittura asciutta e intelligente, una confessione onesta e diretta che ci ricorda quanto la nostra storia sia parte della nostra identità; e che sapere è sempre meglio, anche se fa male.






































sabato 21 gennaio 2017

Come le vene vivono del sangue di Gaia De Pascale

'Tuttavia qualcosa, in me, non ha mai smesso di essere in procinto di cedere, come se una crepa fosse sempre sul punto di aprirsi per i movimenti tellurici della mia anima. Ma era la troppa vita, quella che forzava le pareti, fino a venare la crosta esterna nella quale tutti, intorno a me, hanno sempre cercato di stringermi'.

Il romanzo biografico di Gaia De Pascale racconta con partecipata attenzione la vita della poetessa e fotografa Antonia Pozzi, suicidatasi a soli ventisei anni. La voce narrante è quella di Antonia, in un lungo percorso di recupero della propria storia, durante il tempo dilatato che trascorre sul limite tra la vita e la morte, quella lunga attesa dell'angelo della poesia di Silvia Plath posta in apertura del testo (la stessa tecnica era già stata utilizzata, tra gli altri, da Melania Mazzucco nella suo romanzo dedicato al Tintoretto e intitolato appunto 'La lunga attesa dell'angelo').
Per trovare la voce di Antonia, Gaia De Pascale ha studiato le poesie, le lettere, tutto il materiale biografico disponibile e le testimonianze di chi l'aveva conosciuta; il linguaggio che è nato da questo incontro tra due donne lontane è una prosa scorrevole, in equilibrio tra poesia e narrazione veloce: ci permette di conoscere Antonia bambina, la casa di Milano e quella di Pasturo, in una conca verdeggiante circondata dalle montagne, dove Antonia visse i suoi momenti più felici, più fisici: le corse di bambina si trasformano nelle arrampicate da ragazza, spesso accompagnata dall'amico Tullio, che condivideva con lei la passione per la poesia e quella per le montagne.

'Parlavamo di letteratura, e di amore, e di come l'unica sacralità sia quella che emerge dalle stonature, da un incepparsi dello spirito, dall'urto di un'anima contro un'altra anima, o di un'anima contro le cose. In una parola: della poesia'

La vita a Milano è dedicata allo studio e alla scrittura - anche l'amore, quando lo incontra, si sovrappone e si mescola alla passione intellettuale, un amore che non riuscirà ad essere 'fecondo' e che le lascerà una ferita profonda: lui è Antonio Maria Cervi, suo professore di letteratura, uomo votato alla rinuncia e alla dedizione alla cultura. La giovane Antonia forse coglie la 'stonatura', la crepa di una anima storpia che fa della cultura la propria stampella: se ne innamora, ma l'incontro non li aiuterà.

'....ognuno ha il proprio lume per andare incontro alla notte - e non gli è dato condividerlo con altri'

Eppure Antonia è giovane, gli studi la appassionano, ha buone amiche, frequenta menti vivaci e interessanti - Vittorio Sereni, tra gli altri. Nonostante il clima dell'Europa si faccia sempre più cupo Antonia si avvicina a chi si oppone, si invaghisce dell'azione ribelle, partecipa alle sofferenze degli amici ebrei costretti a fuggire dall'Italia. Ma tutta questa vita non basta ad allontanarla da quel richiamo verso l'abisso che sembra accompagnarla, sotto traccia, per farsi più forte nei momenti difficili.

Di fronte all'infelicità di una ragazza benestante, dotata, brillante e vivace è davvero difficile capire che cosa non abbia funzionato, cosa l'abbia portata a 'cedere', ad abbandonarsi all'abbraccio mortale di quella terra coperta di neve che l'aveva chiamata a sé già in altre occasioni. Gaia De Pascale si mantiene a distanza dalla tentazione di cercare spiegazioni. Lascia che siano le parole di Antonia Pozzi - la sua tensione verso le altezze, i cieli più azzurri, i paesaggi solitari e imbiancati, le sue descrizione di sé stessa come un contenitore sul punto di rompersi per troppa vita, per troppa costrizione di un'anima che vorrebbe espandersi all'infinito - a tracciare una mappa della sofferenza che l'ha portata a rinunciare.

Il mistero rimane, e rimangono le sue poesie: un'occasione per conoscerle meglio.

'Ho scelto il punto che mi pareva più immacolato, e ho fatto quello che dovevo fare, senza paura o ripensamenti. Ho guardato ancora una volta in alto, verso quel biancore senza fine, e poi in basso, con una forza tale come se fosse possibile, per i miei occhi, mettere a fuoco l'abisso'.


martedì 17 gennaio 2017

La vegetariana di Han Kang

Yeong-hye è una donna silenziosa, senza pretese, quasi invisibile. Il marito racconta di averla scelta proprio perché aveva pensato che non gli avrebbe creato problemi e non avrebbe avanzato richieste eccessive. È un uomo pratico, non ha tempo e voglia per le difficoltà. Tutto sembra procedere come previsto quando una notte il marito trova Yeong-hye immobile in cucina, al buio, davanti al frigorifero. Non risponde alle domande, non reagisce, sembra sonnambula.
'Ho fatto un sogno...' è l'unica frase che pronuncia. Da quella notte tutto cambia: Yeong-hye ha deciso che non mangerà più carne, né uova, neppure derivati del latte. Da un momento all'altro, per un sogno. Non spiega, non ha motivazioni razionali (scelta salutista, decisione etica) per la sua decisione. Semplicemente, non vuole più, mai più, mangiare qualcosa di animale, neppure cucinarlo. Il marito non si dà pace per questa follia, la famiglia si preoccupa e cerca di convincerla, ma Yeong-hye non cede. Il padre della donna tenta di forzarla ed il gesto violento provoca una reazione estrema.

Preferirei di no', dice Yeong-hye. Ma lo dice con il corpo, perché le parole le sono già lontane. Il corpo diventa l'unica zona di libertà in una situazione vissuta come costrizione; la donna che non aveva pretese diventa la donna che continua a non chiedere niente agli altri e gioca la partita tutta su sé stessa.
"E' il tuo corpo, puoi trattarlo come ti pare. L'unico territorio in cui sei libera di fare come preferisci."

Narrato a tre voci il romanzo passa dal punto di vista del marito di Yeong-hye a quello del cognato, marito della sorella In-hye, un videoartista che guarda alla donna affascinato da quella strana bellezza sempre più magra e pallida; quel corpo provoca in lui desideri potenti al punto da desiderare di coinvolgerla in una performance che ne esalti la natura 'vegetale' alla quale Yeong-hye sembra avvicinarsi sempre di più.

Ma è la voce della sorella che si avvicina di più ad una comprensione profonda della sofferenza di Yeong-hye. La sorella, che si era salvata da un contesto familiare duro e violento, incarnando la parte della donna efficiente e responsabile, figlia-moglie-madre amorevole e paziente, riconosce il nucleo profondo della sofferenza e quello che comporta il 'gioco delle parti' delle costellazioni familiari. Perché anche impazzire fino ad annientarsi comporta una responsabilità verso gli altri, quella di costringerli ancor di più nel ruolo di coloro che resistono, ce la fanno, vanno avanti.

"Non era più in grado di far fronte a tutto ciò che la sorella le ricordava. Non aveva saputo perdonarle di essersi involata da sola al di fuori di un confine che lei non era mai riuscita a varcare, non aveva saputo perdonare quella meravigliosa irresponsabilità che aveva permesso a Yeong-hye di liberarsi dalle costrizioni sociali, lasciandola indietro, ancora prigioniera. E prima che Yeong-hye spezzasse quelle sbarre, lei non sapeva neppure che esistessero."


La storia de 'La vegetariana' è una storia di ribellione silenziosa, di rifiuto del mondo spinto fino alla dissolvenza estrema. Clinicamente si potrebbe parlare di anoressia o di schizofrenia, ma non è questo il centro dell'interesse di Kar War, che vuole invece esplorare la ricerca di 'purezza', il sottrarsi di una donna alla violenza inscindibile dal nostro stare al mondo: la sua metamorfosi da umano a vegetale ricorda la fuga di Dafne, la sua preghiera di diventare albero per fuggire al rischio di subire violenza da Apollo, di essere coinvolta nella passione carnale che è il centro pulsante dell'essere vivi, del nostro essere nel mondo partecipandone appieno.

Il corpo di Yeong-hye, centro di questo romanzo, è un corpo che subisce, da parte degli altri, diverse violenze: il padre la picchiava, il sesso con il marito è un dovere da sopportare, persino i fiori che le verranno dipinti dal cognato sono comunque una scelta non sua, alla quale si adegua passivamente. Perfino la macchia mongolica che le è rimasta dall'infanzia, quella zona azzurro-blu, ricorda un livido. Un corpo che subisce e che decide di diventare protagonista: a costo di annientarsi.

 'La vegetariana' ci parla del mistero insondabile di chi decide di scivolare via, trasformarsi in terra, evaporare come rugiada; lasciando noi a chiederci se avremmo potuto fare di più. Con quel pizzico di voglia di lasciarsi andare da tenere a bada. Un bel romanzo, che si avvicina più al territorio del mito che a quello della sociologia, come il titolo potrebbe far pensare. Un tema che fa paura, ricchissimo di spunti: davvero viene voglia di riprendere in mano 'Le metamorfosi' di Ovidio.

(la bellissima immagine di copertina è del fotografo giapponese Nobuyoshi Araki, che lavora sui temi dell'erotismo e dei corpi femminili)









domenica 15 gennaio 2017

Il fucile da caccia di Inoue Yasushi


'L'uomo è una stupida creatura che dopotutto aspira ad essere conosciuta da qualcuno"

Il famose breve romanzo di Inoue Yasushi, pubblicato nel 1949 dal giornalista e poeta giapponese, è un testo di perfetto equilibrio costruito con una prosa scorrevole e pulita e strutturato sui molteplici punti di vista attraverso la tecnica dell'epistolario.
Il racconto si apre con la voce del narratore, tipica figura di testimone di seconda mano, che racconta di come si sia trovato a scrivere una poesia per una rivista di caccia; non avendo nessuna passione per quella pratica risolve il problema descrivendo la figura di un cacciatore intravisto durante una passeggiata, adatta ad esprimere una sorta di associazione tra il fucile da caccia e la solitudine. Il cacciatore è accompagnato da un setter, lungo un sentiero ghiacciato, con un Churchill a doppia canna: ricorda un guerriero splendente e solitario, sempre solo, in luoghi deserti, calmo e freddo, accompagnato dal fucile gli preme sul fianco: scava, quel fucile, nella carne e nello spirito di quell'uomo solitario.

'Da quel giorno all'improvviso mi accade, nelle stazioni delle città, /nelle strade affollate di notte,/ di pensare: Ah, potessi camminare anch'io come lui! /Con quel passo così lento, calmo, freddo. /E ogni volta nei miei occhi chiusi /a fargli da sfondo non è il ghiacciato paesaggio del monte Amagi all'inizio d'inverno / ma il bianco alveo di un fiume desolato, chissà dove. / Il suo fucile da caccia, lucido e splendente, gli preme sul fianco / scavando nello spirito solitario, nella carne solitaria / di quell'uomo di mezza età. / E una strana bellezza, umida di sangue, /emana da lui in quei momenti, / invisibile mentre punta il fucile sulle sue prede."

Questa è la prima delle varie immagini attorno a cui ruota la vicenda, che si sviluppa attraverso quattro lettere. Infatti, in seguito alla pubblicazione della poesia, un certo Misugi Josuke, scrive al poeta per rivelargli che si è riconosciuto in quel ritratto e che, sentendosi compreso, ha provato per la prima volta lo stupido desiderio di far conoscere a qualcuno la propria storia. Per questo gli ha inviato, in busta separata, tre lettere a lui scritte da tre donne, attraverso le quali il poeta potrà ricostruire la trama della parte centrale della sua vita.
 La busta contenente le lettera arriva ed il poeta decide di trascriverle: la prima è stata scritta dalla nipote di Misugi, la giovane Shoko, la seconda dalla moglie di Misugi, l'ultima dalla madre di Shoko, la bellissima Saiko, amante di Misugi.
Ognuna delle donne racconta una parte della storia e soprattutto offre il proprio punto di vista, svelando sentimenti che per tanti anni sono stati completamente taciuti.
La tecnica della suspence, affidata ai diversi punti di vista, funziona e si rimane in attesa costante di conoscere i particolari di questo classico triangolo familiare. La rigidità di certi comportamenti ricorda il triangolo de Le Braci di Marài, vite che bruciano silenziosamente, mentre il silenzio avvolge i loro movimenti controllati.
Ma alcune immagini svelano poco a poco una ricchezza che il testo rilascia in un secondo tempo, dopo la lettura.

'Da bambina, alla festa del tempio Shoten a Nishinomiya, una volta qualcuno mi comprò un fermacarte, un fiore finto, rosso, in una palla di vetro. Cominciai a camminare tenendolo in mano, ma dopo un poco scoppiai a piangere. Probabilmente nessuno allora capì che cosa mi fosse successo. Avevo pensato alla sensazione dei petali di quel fiore, paralizzati, imprigionati all'interno del vetro freddo, petali che nessun vento di primavera o di autunno avrebbe più fatto tremare, petali crocifissi, e il mio cuore si era riempito di una terribile tristezza'.

L'immagine di Shoko, che vede l'amore proibito e segreto come un fiore imprigionato nel freddo, il giovane siriano cresciuto tra le antilopi che fa fremere la moglie di Misugi, i serpenti osservati da Saiko e Misugi ed associati alla parte nascosta di ognuno di loro, il sari indossato da Saiko in attesa della morte: l'alveo solitario del fiume in cui il poeta ha immaginato il cacciatore: dipinti ad acqua (sono giapponesi, saranno acquerelli, no?) che arricchiscono il testo di dettagli e significati non esplicitati diversamente.

Un romanzo lontano da noi, che a tratti risulta di eccessiva rigidità, ma che mi sembra possa ancora affascinare:  la domande chiave (amare o essere amati?) apre comunque la conclusione della storia ad una interpretazione non scontata. Inoltre la  figura del cacciatore solitario e del suo fucile, continua ad aleggiare intorno alle parole delle donne senza concedere altro che il suo allontanarsi silenzioso e solitario. Il suo vuoto e il suo silenzio sono il centro attorno cui nascono le parole delle donne e lasciano a noi il compito di immaginare il significato del suo sottrarsi

giovedì 12 gennaio 2017

Guasto. Notizie di un giorno di Christa Wolf


In attesa di leggere 'L'ultimo amore di Baba Dunja di Alina Bronsky(editore Keller), uno dei cinque titoli scelti da Modus Legendi per il secondo anno della loro iniziativa ( obiettivo mandare in classifica un libro della piccola editoria,l'anno scorso fu la volta di Annie Ernaux)  ho recuperato 'Guasto. Notizie di un giorno' di Christa Wolf, pubblicato nel 1987 (in Italia per la e/o).
La scrittrice tedesca, che diede il suo contributo politico nella DDR, famosa per i testi dedicati a Cassandra e Medea, qui racconta la giornata in cui l'autrice, sola nella sua casa di campagna del Mecleburgo, apprende dalla radio quel che è accaduto a Černobyl' e contemporaneamente attende notizie riguardo la delicatissima operazione al cervello al quale è in quelle ore sottoposto il fratello. Nel frattempo si occupa delle attività quotidiane, strappare erbacce, cuocere un uovo, guardare la tv, quelli che lei stessa definisce 'piaceri durevoli', 'l'impalcatura che sostiene la vita anche durante i tempi morti'.
Quella che potrebbe apparire una semplice cronaca si svela ben presto essere un testo costruito con grande sapienza; l'intervento sul cervello del fratello diventa il tramite attraverso in quale l'autrice può riflettere sulla mente dell'essere umano, sulla funzione del linguaggio e sullo sviluppo dell'intelligenza: l'incidente nucleare la pone di fronte alla possibile distruzione dell'umanità e dell'ambiente 'naturale' per mano della scienza, ossia del punto più alto raggiunto dall'intelletto nel suo desiderio di comprendere il mondo.
Ma comprendere il mondo sembra sia sempre inscindibile dalla volontà o possibilità di distruggere quello che era considerato non divisibile, a-tomos: Černobyl' diventa il nome di un momento, più che di un luogo, nel quale qualcosa nel rapporto tra l' essere umano e il pianeta che lo ospita sembra essere cambiato per sempre: come si potrà, si chiede l'autrice, usare di nuovo le parole 'scoppio' o 'nuvola' senza associarle automaticamente a quel preciso scoppio, a quella temibile nuvola?
Nel frattempo, nel corso della giornata, la protagonista vede alcune persone, con altre parla al telefono, di qualcuno legge una lettera: attraverso di loro viene tracciato un sottotesto 'storico' che evoca la violenza della guerra, delle migrazioni forzate, dello spaesamento: la memoria si mescola ai pensieri sul presente ed il corpo di una bambina seppellita in cortile dopo un'epidemia di tifo si sovrappone a quella 'sorellina' del gioco che l'autrice amava da bambina, una rappresentazione in cui al fratello spettava il ruolo del lupo che sbrana e a lei quella della preveggente e saggia Cassandra che avverte del pericolo.
In chiusura però, lo stesso lavoro di 'scrittura', come forma alternativa del conoscere che ha perseguito la parte femminile della coppia fratello/sorella viene sospettata e rigettata come generata dalla stessa volontà di sezionare, dividere, uccidere tipica della conoscenza 'scientifica' attribuita qui al fratello.
Nel finale, la protagonista si ritrova finalmente sotto alle coperte, nel momento in cui si concede una lettura: e sarà 'Cuore di tenebra' di Conrad ad incantarla, e a recuperare in lei la potenza della parola: ' E anche questo è stato uno dei luoghi tenebrosi della terra. Questo anche. E anche questo'...'Con un'attesa carica di tensione ho continuato a leggere, e dopo poche frasi ho capito: sì, questo Marlowe sa'.

Un testo 'datato', per quanto possiamo sentire lontana la diffidenza per la 'scienza', a tratti più vicino a un saggio che a una struttura narrativa,che riesce però a mantenersi in equilibrio sul filo della riflessione e del racconto. Una grande scrittrice, sempre.

domenica 8 gennaio 2017

Una vita come tante di Hanya Yanagihara

Quattro amici, New York. Malcolm ha una passione per l'architettura, nonostante la disapprovazione dell'agiata famiglia; JB tenta di esprimersi attraverso la pittura di ritratto; Willem desidera diventare attore, un mondo lontanissimo dalla sua disagiata infanzia; Jude (l'oscuro) ha una mente versatile e brillante che lo porta a spaziare dalla matematica alle legge. Il legame tra di loro è forte e nel tempo si approfondisce, nonostante le loro differenze:; JB è ambizioso e a volte cinico, Willemstad e Malcolm sono animi generosi e gentili, Jude è riservato e misterioso: è attorno a lui che ruotano le vite di tutti, è lui il perno intorno al quale ruota questo lungo romanzo, acclamato da critica e lettori con dichiarazioni impegnative. Hanya Yanagihara, scrittrice statunitense di origini hawaiane, tiene stretto il lettore con un buon gioco di suspence e aspettative (nonostante una dose eccessiva di ripetitività) svelando la storia di Jude un poco alla volta, lungo il corso delle 1200 pagine e nello svolgersi della vita degli amici, che seguiamo fino alla maturità avanzata. Il passato di Jude è atroce, lo si intuisce ben presto, ma è circondato da una quantità di amore che lo accompagna costantemente nella sua lotta per svelarsi e per venire a patti con la propria storia.
Un romanzo di buoni e cattivi, il Bene e il Male delle fiabe e del fantasy.
Ma questo non è Il signore degli anelli ed il patto con il lettore, stipulato a partire dal titolo, mi sembra sia di tipo diverso: Hanya Yanagihara ci sta raccontando una storia che potremmo definire verosimile. Facciamo finta di non sapere quanto lontano porterebbe un discorso del genere, per un attimo: direi che qui ci troviamo di fronte ad un problema di credibilità. Io credo all'esistenza di Castorp sulla montagna incantata, credo all'esistenza di Emma Bovary, credo ai personaggi della Munro e della Robinson, credo al fantasma che tormenta il protagonista di Mucchio d'ossa di Stephen King. Non ho creduto, invece, a buona parte dei protagonisti di Una vita come tante: non ho creduto a Willem, quasi mai; a Jude, solo in parte; non ad Harold e ad Andy; a JB concedo più credito, ad altri ancor meno. Troppo buoni, i buoni: e troppo talentuosi, troppo di successo, troppo belli. I cattivi, invece, sono semplicemente troppi per quantità. Che tutto questo sia possibile (la vita ha una fantasia infinita, si sa) non sposta il problema; non si tratta di cosa possa essere reale, ma di quanto possa essere credibile in un romanzo: questione di equilibrio della trama.
Il tema è ovviamente forte e il merito di averlo affrontato (anche bene, in diverse parti) non è cosa da niente; la questione della 'guarigione', di quando un equilibrio possa essere definito abbastanza 'sano' da diventare accettabile, è un altro punto di interesse del romanzo, anche se risente del l'eccesso di dicotomia bene/male dell'impostazione di fondo. Insomma, diversi spunti interessanti, un gran lavoro di costruzione, la capacità di appassionare; ed altrettanti difetti, che potrei sintetizzare come mancanza di profondità, eccesso di estremi e problema di credibilità.
Insomma, no, per me no. Due cose: vorrei tanto poter leggere l'articolo di Mendelsohn che ha criticato il romanzo sul New Yorker (pare unico, tra i grandi nomi della critica statunitense) - l'unica raccolta di saggi critici che ho trovato in italiano di Mendelsohn mi è piaciuta moltissimo e se avessi tempo ecc ecc.; seconda e ultima: le figure femminili, in questo romanzo, non esistono, anche le poche che ci sono. Che strana scelta. Scusate, ne una terza: le case, e i modellini di Malcolm.