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venerdì 11 agosto 2017

La ragazza sbagliata di Giampaolo Simi


Il giornalista Dario Corbo sta perdendo tutto, lavoro e famiglia, quando gli viene proposto di scrivere un libro sull'omicidio che lo aveva reso famoso: una diciottenne scomparsa da casa, nel lontano 1993, poi ritrovata in un dirupo sulle colline della Versilia. Corbo aveva seguito il caso, nessuno ne sa più di lui e non ha alcun dubbio su come siano andate le cose. La colpevole, la giovane Nora Beckford, figlia di un artista di successo, ha pagato la sua pena ed è appena uscita dal carcere. Il ritorno sui luoghi e sugli anni del delitto sarà per il giornalista un percorso alla deriva, in compagnia delle anime salve di De Andrè a fargli da colonna sonora.
Il contenitore 'giallo' è ormai un classico e permette a tanti di cimentasi con una struttura a prova di lettore: Simi lo utilizza per ricostruire un paesaggio (la Versilia e l'Italia di quegli anni cruciali) e per dirci cosa ne pensa dell'oggi; una passione indubitabile per la sua terra e la sua storia, una indignazione civile che chiede di ricordare, un linguaggio semplice che può appassionare tutti. Un buon prodotto, dedicato alle anime allo sbando.
(dieci e lode alla copertina, olio di Mary Jane Ansell)

lunedì 31 luglio 2017

Una famiglia americana di Joyce Carol Oates




 Ma quanto è radicato il sogno americano della Famiglia Felice realizzata in amore e laboriosità protestante? Quanto ancora è vivo nella cultura di un paese perchè i suoi migliori scrittori sentano il bisogno di colpirlo, metterlo alla prova, vederlo distrutto?


I Mulvaney sono una tribù composta da genitori, quattro figli e numerosi animali (cavalli, cani, gatti, uccellini) che vivono in una grande fattoria nello stato di New York in un clima di caloroso e allegro caos. I genitori, Corinne e Micael John, ancora giovani ma emancipati dalle difficili famiglie di origine, si innamorano nel momento in cui insieme salvano un’anatra in difficoltà - quello sarà per sempre il momento fondante della loro unione. Gli slanci di Corinne (testardi, a volte ridicoli) e la solidità di Michael costruiscono la fiaba e la fanno vivere fino al giorno in cui il male non entra nelle loro vite. Accade qualcosa a Marianne, l’unica figlia femmina, la luce dei loro occhi, quella che aveva loro rubato il cuore più di tutti gli altri fratelli. E tutto si sfalda. Le miserie vengono alla luce, la prova non viene superata. Se si tratta di sopravvivenza del più forte, allora bisogna mostrarsi più forti, picchiare, minacciare, gridare; oppure scomparire e non lasciarsi contaminare dalla sconfitta; non entrare in acqua per aiutare l’animale in difficoltà, girarsi dall'altra parte per non vedere. Qual è la scelta vincente, per sopravvivere? Il perdono è un opzione accettabile o un’assurda fantasia masochista alimentata dalle fiabe cristiane?
Joyce Carol Oates, classe 1938 (in questi giorni in Italia), scrittrice di una quarantina di romanzi e di opere di altro genere, ha pubblicato Una famiglia americana nel 1996: il romanzo è considerato uno dei suoi capolavori. Il tema della violenza, in particolare il tema della violenza sulle donne, è spesso al centro dei suoi lavori. Ha una scrittura che cattura, un ritmo in crescendo che prende alla gola e non molla la presa. Confesso che sono spesso diffidente nei suoi confronti e mi tengo un po’ a distanza. Ma la famiglia Mulvaney mi ha davvero conquistata: mi sono arrabbiata e mi sono commossa. Una pastorale americana in versione leggermente pop? Forse. Leggetelo, sì. Decisamente sì.

Swing time di Zadie Smith

Swing time di Zadie Smith è il romanzo di una mente acuta, un'attenta osservatrice della società contemporanea a diversi livelli. La traccia principale segue la storia di un'amicizia femminile che nasce insieme alla passione per la danza, nella zona povera e multiculturale di Londra; la protagonista e l'amica Tracy, entrambe figlie di coppie miste, non dimenticano mai di essere minoranza; il loro corpo segna il loro destino ad un continuo confronto con l'altro, il diverso, il privilegio e lo svantaggio. Un romanzo che ci mostra il potere del corpo, come strumento di gioia e di prigionia e che utilizza la storia della danza anche come una storia di incontro tra culture. Le pagine più belle, dedicate ai numerosi viaggi in Gambia della protagonista, al seguito di un'artista che si dedica alla beneficenza, sono le migliori, bellissimi reportage di un mondo lontano e delle difficoltà degli aiuti calati dall'alto. Per raccontare la complessità di un mondo stretto tra diverse contraddizioni (bianchi/neri, neri/mano neri, ricchi/poveri, talento/disciplina, corpo/mente) Zadie Smith sceglie una voce narrante della quale non viene mai svelato il nome, una giovane donna ancora senza forma e senza strada che cerca la propria casa lasciandosi andare al caso, tra voglia di riscatto e legami con la propria storia. Un lavoro di grande impegno, di notevole intelligenza, che lascia un senso di tristezza nonostante i tanti passi di danza. Forse perché la narratrice, a cui Zadie Smith si affida per raccontare il mondo, non riesce proprio a trovarci un senso, che un senso non ce l'ha.

domenica 26 febbraio 2017

Le nostre anime di notte di Kent Haruf

Il romanzo di cui tutti parlano in questi giorni, dopo il grandissimo successo dei precedenti lavori pubblicati da NN, è l'ultimo tassello della narrazione di Kent Haruf dedicata alla immaginaria cittadina di Holt, Colorado. Ultimo in modo definitivo, essendo stato scritto  quando lo scrittore già sapeva di non avere molto tempo davanti. La moglie, in Italia nei giorni scorsi per la promozione, ha raccontato di una scrittura veloce, rispetto al lungo lavoro dei romanzi precedenti, dettata dal l'urgenza di concludere in tempo. Sono cose che si sentono, nella scrittura: l'urgenza, l'avere qualcosa da dire, danno alla scrittura una coloritura determinante.
La storia è semplice, pochi i fatti, quasi azzerati i virtuosismi. Addie Moore, una vedova sulla soglia della vecchiaia, propone a Louis Waters, un vicino rimasto solo come lei, di passare insieme le notti.
'
Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me', dice Addie. 'Nel senso che siamo tutti e due soli. Ce ne stiamo per conto nostro da troppo tempo. Da anni. Io mi sento sola. Penso che anche tu lo sia. Mi chiedevo se ti andrebbe di venire a dormire da me, la notte. E parlare'

Inizia così una relazione che diventa affetto, lontana dai tumulti giovanili (che entrambi hanno comunque attraversato), misurandosi con un tempo che si conosce limitato e allo stesso tempo ancora capace di lasciare respiro e spazio. 'E adesso cerca di non essere precipitoso', dice a sé stesso Louis dopo la proposta di Addie. Addie e Louis sono capaci di avvicinarsi con dolcezza, lentamente, senza badare alle convenzioni e alle chiacchiere del paese. Nello spazio condiviso del letto cominciano un'avventura verso la reciproca conoscenza: attraversano la notte insieme, cercando le parole per raccontarsi.
Una bella storia, un evidente amore che lega il narratore ai suoi personaggi e a quelle piccole cose della vita quotidiana che diventano preziosissime quando non si danno più come scontate. Fare un picnic, andare i campeggio, cucinare per un nipote, occuparsi di un cane, bagnarsi in un fiume, parlare la notte: come se fosse il regno dei cieli, senza troppe fanfare. La voce di Kent Haruf suona così, tranquilla e delicata. Una spiritualità tutta terrena, delicata e soffusa: ogni cosa è illuminata, ma non ci sono bagliori accecanti: un'alba tranquilla, un tramonto sereno. Semplicemente un amore.

La figlia femmina di Anna Giurickovic Dato


Anna Giurickovic Dato, classe 1989, per il suo romanzo d'esordio, ha scelto un tema 'forte' ed estremamente complesso: gli abusi sessuali di un padre sulla figlia, una bambina piccola. Ha ambientato la storia a Rabat, colorando la scenografia di colori, suoni e profumi. Giorgio è un diplomatico che lavora all'ambasciata italiana: la moglie e la piccola Maria si sono trasferite con lui.

La situazione è subito chiarita nel primo capitolo' Questo è il mio papà'; il punto di vista è quello della bambina ed il padre compare sulla scena mentre spiega ad una coppia francese il sacrificio di Abramo nel giorno della festa per l'Eid al-Fitr, che segna la fine del Ramadan.

'È un uomo robusto, alto, bello. Maria si accorge che, quando passa, la gente lo guarda con rispetto tuo, che desidera le sue attenzioni...Maria è assorta in un pensiero. È l'unica figlia di suo padre. Se un giorno lui la legasse e la stendesse su un altare accanto a legna da ardere, lei non si stupirebbe. Pensa che lui lo farebbe fissandola con gli occhi neri e severi, attraverso le ciglia ramate. Lei gli accarezzerebbe un riccio della criniera arancione che ha sempre voglia e timore di toccare. Penserebbe che se lo fa papà è giusto'.
Ed è proprio quello che accade, sera dopo sera: lei è sdraiata, il papà le legge una storia e poi comincia a toccarla; la bambina brucia di vergogna, di confusione, di paura, di amore. Tutto insieme. Il padre non viene fermato dall'improvvisa voce di Dio e il sacrificio si consuma.

Nel secondo capitolo Maria ha tredici anni e vive con la madre a Roma: il padre non è più con loro, la madre ha da poco iniziato a frequentare un uomo, che quel giorno verrà a pranzo per conoscere la ragazzina: è un momento difficile per la madre, che teme la reazione di Maria. La bambina infatti, fin da piccola, ha iniziato a comportarsi in modo strano, alterna dolcezza ad aggressività, ha incubi ricorrenti, giornate di mutismo. La madre racconta il pranzo con il nuovo compagno e la figlia, cornice all'interno della quale vengono narrati gli anni precedenti, alternando presente e passato. Anna Giurickovic Dato  indaga il rapporto madre-figlia, all'interno della tragedia subita da entrambe: una madre che non ha saputo vedere, una figlia che ha sviluppato un rapporto drammatico con le figure degli adulti.
Un ottimo spunto di partenza, un interessante sguardo sulle dinamiche madre-figlia in relazione ad uomo amatissimo capace di distruggerle. L'ambientazione 'esotica' non mi ha convinta del tutto; da una parte colloca la famiglia in un isolamento  che riproduce la profonda distanza dal mondo che separa chi subisce violenze in famiglia dalla comunità, ma in parte collega la violenza, per pura contiguità, ad un mondo che ancor oggi molti considerano 'barbaro', soprattutto in relazione alle donne. Altre cose non funzionano, a partire dalla presentazione ufficiale del romanzo.
'Sensuale come una versione moderna di Lolita, ambiguo come un romanzo di Moravia, La figlia femmina è il duro e sorprendente esordio di Anna Giurickovic Dato.'
Ecco, sensuale. Non lo avrei mai usato per definire una storia di abusi e degli atteggiamenti di una ragazzina segnata dalla violenza di un padre. Ancor peggio usare Lolita, ancora, come se fosse davvero la 'ninfetta' che voleva vedere Humbert Humbert.

giovedì 2 febbraio 2017

Il nascondiglio di Cristophe Boltanski

Cristophe Boltanski, reporter francese, ha scritto un bellissimo romanzo sulla storia della sua famiglia paterna: nel 2015 ha vinto il Prix Fémina ed è appena stato pubblicato in Italia da Sellerio.
È una famiglia di uomini e donne brillanti conosciuti nell'élite culturale della capitale francese, ma non solo: Christian Boltanski, zio dello scrittore, è un'artista di fama internazionale, lo zio Jean Elie è stato un linguista, il padre Luc Etienne un sociologo, il nonno Étienne un medico, la nonna Myriam è stata scrittrice, la zia Anne scrittrice e fotografa.

Cristophe ricostruisce il percorso della famiglia mettendo al centro della struttura la casa di Rue de Granelle dove ancora vivono alcuni dei familiari; è il luogo in cui  si svolse quasi completamente la vita di un nucleo talmente coeso e compatto da sembrare a tratti un unico essere vivente a più teste e a molte gambe e braccia che si sostengono a vicenda.
Si inizia dal cortile, dalla Cinquecento parcheggiata e dagli assurdi viaggi tutti stipati in quello spazio stretto, per portare il nonno Étienne al lavoro o per fare un viaggio fino a Odessa. A partire dal cortile e dall'auto si scopre una famiglia che si muove in gruppo, come un unico corpo, tutto intorno alla Mère-Grand Myriam, che cammina a fatica causa poliomielite ma guida a tutta velocità quasi per ribellarsi all'immobilismo al quale è costretta.
Sembra lei il motore immobile attorno al quale gli altri cercano la loro posizione, adattandosi a farle da appoggio o passeggero, facendosi portare e supportandola a seconda del caso.
Ma procedendo di stanza in stanza, la casa assume sempre più il ruolo di protagonista, fino ad arrivare al suo centro, al nucleo nascosto, al grembo che ha generato una storia, una mitologia, una malattia, tanta creatività. È il rifugio, la 'cache' (come nel titolo originale), il nascondiglio nel quale il nonno Étienne cercava raccoglimento e solitudine nella sua tendenza al ritiro; ma ancora più nascosto, invisibile a tutti, c'è il vero cuore vuoto, la vera 'cache' della narrazione: un ambiente di pochi metri quadrati, nel quale Étienne rimase nascosto quasi due anni, quando in Francia vennero applicate le leggi razziali più estreme. Una reclusione dalla quale non si riprese mai del tutto e che si saldò con l'immobilismo vitalissimo della moglie: da quel nascondiglio emerse una famiglia consolidata nella sua diffidenza, nella sua paura verso il mondo.


"Avevamo paura. Di tutto, di niente, degli altri, di noi stessi. Del cibo avariato. Delle uova marce. Delle folle e dei loro pregiudizi, dei loro odî, delle loro bramosie. Delle malattie e dei mezzi impiegati per contrastarle. Della compressa ingerita dopo un’attenta lettura del dizionario Vidal. Dell’asfissia con il gas di città. Degli annegamenti in mare. Di una valanga in montagna. Delle macchine. Degli incidenti. Della gente in divisa. Di chiunque fosse investito di un’autorità, dunque del potere di nuocere. Dei moduli ufficiali. Dei ricorsi amministrativi. Della piccola come della grande storia. Delle gioie ingannevoli. Del bianco che presuppone il nero. Delle persone oneste che, a seconda delle circostanze, possono trasformarsi in criminali. Dei francesi che si definiscono buoni, in contrapposizione a coloro che giudicano cattivi. Dei vicini indiscreti. Della reversibilità degli uomini e della vita. Del peggio, perché è assicurato. Questa apprensione la mia famiglia me l’ha trasmessa molto presto, quasi alla nascita."

La casa e la madre coincidono nella patologia del cordone ombelicale mai reciso, nella camera in cui si dorme tutti insieme, perché solo insieme si può affrontare la notte, le tenebre, la separazione del sonno. Ma il percorso prosegue, muovendosi verso l'alto e contemporaneamente verso il futuro: la soffitta nella quale Cristopher elabora tutta la sofferenza della famiglia impastando palline di terra, raccogliendo oggetti-ricordo, iniziando a lavorare sul tema della biografia e della memoria come costruzione privatissima è universale, allo stesso tempo. Perché è storia di tutti, il voler fermare la memoria ed il sapere che niente rimane: come i battiti di una moltitudine di cuori registrati e archiviati su un'isola giapponese dall'artista, che rimangono come traccia di vite che non ci sono più, non sono più in quel luogo, forse non pulsano più.

In soffitta, come un innesto, il padre Luc aveva costruito al giovane Cristophe una casetta: un nido, ancora una volta un rifugio, dentro una casa che è tutta modellata sulla chiusura; ma lassù il ragazzo può immaginare una fuga sui tetti, protetto dai fantasmi che lo zio sciamano controlla sotto di lui. Ed entrambi, insieme a tutti gli altri, trovano dai loro nascondigli la voglia e la spinta per vivere ed uscire nel mondo. Senza mai dimenticare il male, che è sempre in agguato. E ricominciando ancora una volta a raccontare, perché la potenza della narrazione e del lavoro sulla propria storia sono l'unica strada per nascere ancora una volta, venire al mondo con le parole e la creazione e parlare dei pochi, per parlare di tutti. Ostinandosi a 'dar forma a una materia' che per sua natura si sfalda, nel bene e nel male.