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venerdì 8 gennaio 2016

Chirù di Michela Murgia, 2015


'Lo guardai con attenzione. Era giovanissimo, forse neppure diciottenne, ma aveva nello sguardo qualcosa di slabbrato, come se osservasse il mondo da una prospettiva già offesa. Vorrei poter dire che quella tra noi fu un’immediata affinità elettiva, ma sarebbe una menzogna: io Chirú lo riconobbi dall’odore di cose marcite che gli veniva da dentro, perché quell’odore era lo stesso mio.'
Chirù è un diciottenne con aspirazioni artistiche, Eleonora una donna di trentotto anni, attrice affermata che vive da sola e fa della propria indipendenza una bandiera da portare con orgoglio. È una donna intelligente, Eleonora, passionale e piena di interessi; ha avuto una lunga e importante storia d'amore con un uomo che possedeva l'attrattiva per lei essenziale, il fondamento di ogni erotismo: poteva insegnarle, poteva farle da maestro. Su questa idea del rapporto fecondo e ambiguo tra maestro ed allievo si basa il romanzo di Michela Murgia. Ha il pregio di porre al centro della vicenda una donna eccezionale, fuori dagli schemi: una donna manipolatrice e perentoria, che sentenzia e gioca ad essere la più forte e che ama trarre linfa vitale da giovanissimi ragazzini in cerca di indirizzi. Non è simpatica e non vuole esserlo; le interessa altro. L'incontro con il giovanissimo Chirù provocherà leggeri smottamenti alla terraferma sulla quale si sentiva ormai approdata e dalle fratture nasceranno nuove possibilità.
Michela Murgia ha scritto un bel libro, utilizzando una lingua precisa, affilata, intelligente. Ha toccato un argomento interessante e non banale, l'erotismo che si mescola all'insegnamento (quanto sia erotico essere allievo di un bravo maestro e viceversa.) Infine, ha inventato un mondo dove è una donna ad essere una maestra, potente e tagliente. Bello anche il finale: che dite, è abbastanza?'Lo guardai con attenzione. Era giovanissimo, forse neppure diciottenne, ma aveva nello sguardo qualcosa di slabbrato, come se osservasse il mondo da una prospettiva già offesa. Vorrei poter dire che quella tra noi fu un’immediata affinità elettiva, ma sarebbe una menzogna: io Chirú lo riconobbi dall’odore di cose marcite che gli veniva da dentro, perché quell’odore era lo stesso mio.'

Chirù è un diciottenne con aspirazioni artistiche, Eleonora una donna di trentotto anni, attrice affermata che vive da sola e fa della propria indipendenza una bandiera da portare con orgoglio. È una donna intelligente, Eleonora, passionale e piena di interessi; ha avuto una lunga e importante storia d'amore con un uomo che possedeva l'attrattiva per lei essenziale, il fondamento di ogni erotismo: poteva insegnarle, poteva farle da maestro. Su questa idea del rapporto fecondo e ambiguo tra maestro ed allievo si basa il romanzo di Michela Murgia. Ha il pregio di porre al centro della vicenda una donna eccezionale, fuori dagli schemi: una donna manipolatrice e perentoria, che sentenzia e gioca ad essere la più forte e che ama trarre linfa vitale da giovanissimi ragazzini in cerca di indirizzi. Non è simpatica e non vuole esserlo; le interessa altro. L'incontro con il giovanissimo Chirù provocherà leggeri smottamenti alla terraferma sulla quale si sentiva ormai approdata e dalle fratture nasceranno nuove possibilità.

Michela Murgia ha scritto un bel libro, utilizzando una lingua precisa, affilata, intelligente. Ha toccato un argomento interessante e non banale, l'erotismo che si mescola all'insegnamento (quanto sia erotico essere allievo di un bravo maestro e viceversa.) Infine, ha inventato un mondo dove è una donna ad essere una maestra, potente e tagliente. Bello anche il finale: che dite, è abbastanza?
'Lo guardai con attenzione. Era giovanissimo, forse neppure diciottenne, ma aveva nello sguardo qualcosa di slabbrato, come se osservasse il mondo da una prospettiva già offesa. Vorrei poter dire che quella tra noi fu un’immediata affinità elettiva, ma sarebbe una menzogna: io Chirú lo riconobbi dall’odore di cose marcite che gli veniva da dentro, perché quell’odore era lo stesso mio.'

Chirù è un diciottenne con aspirazioni artistiche, Eleonora una donna di trentotto anni, attrice affermata che vive da sola e fa della propria indipendenza una bandiera da portare con orgoglio. È una donna intelligente, Eleonora, passionale e piena di interessi; ha avuto una lunga e importante storia d'amore con un uomo che possedeva l'attrattiva per lei essenziale, il fondamento di ogni erotismo: poteva insegnarle, poteva farle da maestro. Su questa idea del rapporto fecondo e ambiguo tra maestro ed allievo si basa il romanzo di Michela Murgia. Ha il pregio di porre al centro della vicenda una donna eccezionale, fuori dagli schemi: una donna manipolatrice e perentoria, che sentenzia e gioca ad essere la più forte e che ama trarre linfa vitale da giovanissimi ragazzini in cerca di indirizzi. Non è simpatica e non vuole esserlo; le interessa altro. L'incontro con il giovanissimo Chirù provocherà leggeri smottamenti alla terraferma sulla quale si sentiva ormai approdata e dalle fratture nasceranno nuove possibilità.

Michela Murgia ha scritto un bel libro, utilizzando una lingua precisa, affilata, intelligente. Ha toccato un argomento interessante e non banale, l'erotismo che si mescola all'insegnamento (quanto sia erotico essere allievo di un bravo maestro e viceversa.) Infine, ha inventato un mondo dove è una donna ad essere una maestra, potente e tagliente. Bello anche il finale: che dite, è abbastanza?

Servabo di Luigi Pintor (1991)

Le "memorie di fine secolo" di Luigi Pintor consistono, volutamente, di poche pagine; l'idea di fondo è che le parole siano sempre troppe, così come i libri. Un presupposto non di posa snob, ma profondamente sentito e trasmesso attraverso una sobrietà di racconto che coincide perfettamente con il sentire trasmesso. una intera vita, densa di avvenimenti e di attività ci viene narrata  con raffinata densità. Lo sguardo è lontano, può cogliere l'insieme ed isolare le tracce necessarie. la guerra e la morte del fratello, motori di un destino segnato fino alla fine; l'impegno politico, la scelta di parte, lo sforzo di ricordare cosa significhi stare nella parte di campo degli sconfitti, dei più poveri, dei lavoratori; la vita affettiva e individuale, mai slegata dal paesaggio collettivo. Una vita esemplare, si sarebbe tentati di pensare: ma non sarebbe d'accordo l'autore, che lascia intravedere anche i fallimenti. Ogni pagina c'è una frase da tenere, un pensiero da far proprio: e quel poco che è scritto basta eccome, per capire quel che bisogna capire. Alla fine, tutto si potrebbe riassumere così: "Non c'è in un'intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un'altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi."

Qui la lettera testamento del fratello Giaime.

"Se non dovessi tornare non mostratevi inconsolabili. Una delle poche certezze acquistate nella mia esperienza è che non ci sono individui insostituibili e perdite irreparabili. Un uomo vivo trova sempre ragioni sufficienti di gioia negli altri uomini vivi, e tu che sei giovane e vitale hai il dovere di lasciare che i morti seppelliscano i morti." 


Riparare i viventi di Maylis de Kerangal

'Il cuore di Simon Limbres. Cosa sia questo cuore umano, dall'istante in cui ha cominciato a battere più forte, alla nascita, quando altri cuori là intorno acceleravano a loro volta salutando l'evento, che cosa sia questo cuore, cosa l'abbia fatto balzare, vomitare, crescere, danzare in un valzer leggero come una piuma, o pesare come un macigno, cosa l'abbia stordito, cosa l'abbia fatto struggere...'
È una corsa che toglie il fiato, il romanzo di Maylis de Kerangal dedicato al cuore di Simon Limbres, giovanissimo surfista francese destinato a una morte precoce, che lascia integro il suo corpo ma ne uccide le attività cerebrali e dunque ne decreta la morte. Un romanzo su cosa sia un trapianto di cuore, poetico e dettagliato, che corre veloce e ci fa ansimare perché i minuti sono contati quando si tratta di 'riparare i viventi': il protocollo è complesso e prevede procedure accurate ma accelerate. Ci vuole cura per ogni dettaglio: parlare ai genitori, avvicinarli all'idea, contattare centri specializzati, confrontare tessuti e dimensioni.
I romanzieri sono necessari, ho pensato - ancora una volta - a chiusura del libro. Illuminano zone oscure, lasciate in penombra anche quando sono in apparenza sotto gli occhi di tutti. In un tempo in cui la scienza lavora sui nostri corpi e ne cambia la percezione, sono preziose le parole che indagano in quella zona, a ricordarci che un cuore, è pur sempre un cuore: principe del corpo, centro del nostro mondo, pompa carica di sangue e di simboli. Manipolare il corpo non è solo questione di tecnica raffinatissima: ci vogliono cantori, ad accompagnare i nostri cuori e a celebrane i passaggi: accelerazioni, contrazioni, distacchi.
Il personaggio che tiene in mano i fili della vicenda, colui che ne cuce i passaggi, non a caso è un infermiere con la passione del canto; prima di affrontare il discorso del trapianto con i genitori di Simon 'decontrae i muscoli, disciplina il respiro, conscio che la punteggiatura è l'anatomia del linguaggio, la struttura del senso, tanto che visualizza la frase d'inizio, la sua linea sonora, e assapora la prima sillaba che pronuncerà, quella che fenderà il silenzio, precisa, rapida come una lama - un taglio più che una screpolatura ...'. Il tema del ritmo, della musicalità, del suono è una delle tracce profonde del romanzo: il battito del cuore, come la punteggiatura, accompagna costante la vita, accelera e rallenta seguendo le onde, come il respiro del mare tanto amato da Simon. Ed è il ritmo che culla, accompagna, trasporta: sarà il canto a ricomporre l'individualità di un corpo smembrato, la litania delle frasi sgranate a rosario a dare equilibrio alla disperazione di una madre. I cardellini, preziosi e ormai introvabili, andrebbero tutelati, suggerisce l'autrice: perché sarà un canto ad accompagnarci quando dovremo seppellire i morti, o riparare i viventi.
Il cardellino di Donna Tartt, il pappagallo di Flaubert, il cuore semplice che se ne innamora, il canarino di Catullo: trame da seguire, se si ha il gusto del surfista letterario, alla ricerca delle onde.

venerdì 1 gennaio 2016

Mucchio d'ossa di Stephen King

Esco dall'immersione in Mucchio d'ossa pensando: finalmente una storia di fantasmi; e anche: bisogna leggere, ascoltare, vedere qualche storia sui fantasmi. La casa infestata di Amatissima di Toni Morrison, Rebecca la prima moglie della Du Maurier (o il film di Hitchcock), Jane Eyre con il fantasma vivente rinchiuso nella torre; le storie di fantasmi di Dickens, di Henry James, di Edith Warthon. Almeno Giro di vite, con quegli amanti terribili e quei bambini indifesi. E naturalmente Stephen King e i suo amici: le gemelline del corridoio possono dare l'idea. Bisogna conoscerle come si conoscono le storie del lupo cattivo, di Barbablù e della strega che rinchiude Hansel e lo fa ingrassare. Perché sono storie vere, perché i fantasmi esistono come esistono i cattivi. Allora bisogna stare all'occhio, in entrambi i casi e saper riconoscere malvagi e spettri, che abbiamo intorno e dentro di noi. Se non crediamo ai fantasmi non capiremo mai che siamo a volte guidati da forze oscure (o luminosissime) e non sapremo combatterli o farci accompagnare. Non capiremo la storia e quanto aleggi tutta intorno a noi, spingendoci e confondendoci. I fantasmi esistono, ce li portiamo in giro e a volte ci tirano verso luoghi desolati. Oppure ci salvano, o chiedono aiuto. Per fortuna qualcuno li porta alla luce e ci ricorda di guardare bene cosa teniamo nascosto laggiù in cantina.



E questo lo consiglio proprio a tutti. Storia di un lutto da elaborare, di una comunità chiusa in se stessa, di segreti da svelare, di una bambina da salvare, di sogni che sono viaggi nel tempo e nel proprio intuito, del mestiere di scrivere, di vecchi che non mollano il potere. E di fantasmi, ma quelli veri, che ti alitano sul collo e ti lasciano messaggi scrivendo con la farina, che sussurrano nella notte e piangono lungo le tubature della casa. Una casa che chiama, con la voce di una cantante nera di cui non sono rimaste registrazioni: non è che un ballo campagnolo, zucchero, non è che un giro giro tondo.
Stephen King fa lavorare i suoi ragazzi laggiù in cantina che vanno a cercare nei luoghi nascosti e portano alla luce i loro tesori, come il poeta tuffatore del porto sepolto di Ungaretti. Si va in fondo, e si ritorna alla luce: poi si disperdono i canti.
Infine: questo è un romanzo sulle ossa pieno di vita; mette voglia di cantare. Sali in giostra, direbbe Lansdale, qui si parte sul serio. Ma non aver paura, zucchero, è solo un giro giro tondo.

martedì 8 dicembre 2015

Panorama di Tommaso Pincio, 2015

Se c'è una cosa positiva in tutto il male che mi hai fatto e nel bene che ti ho voluto, Ligeia, è che non esisti. Mi risparmi la pena di odiarti.


(Riflessioni su un prologo)
Non è un libro per tutti, Panorama: e non si offendano i cultori della semplificazione ad ogni costo perché non è il caso, né il punto. La lettura di Panorama è scorrevole e di facile comprensione, ma il tema centrale - il rapporto d'amore con la narrazione - è roba per chi ha di queste fissazioni: i lettori, perlopiù; ma soprattutto il ristretto mondo di chi di letteratura vive: scrittori, aspiranti scrittori, editori, recensori, eccetera. È a questo mondo da tempo considerato in pericolo di estinzione che Pincio rivolge la sua attenzione, attivando una riflessione che cerca il distacco di un futuro in parte caricaturale in parte già presente.
Ottavio Tondi, il protagonista, è infatti una caricatura-incarnazione di quel lettore privo di ambizioni di scrittura di cui spesso si dice non esista più, vagheggiando una mitica età dell'oro in cui c'era chi leggeva senza sentire l'ambizione, né la possibilità, di farsi scrittore a sua volta. Ottavio Tondi vive di letture, origliando dal buco della letteratura, cercando di non compiere un gesto, di non azzardare una scelta che non sia quella di scomparire all'interno dei testi; l'idea di scrivere è per lui una totale assurdità, quanto l'idea di esporsi: nell'unica intervista della sua vita risponde ad ogni domanda attraverso frasi prese in prestito dai libri, nascondendosi ma anche definendosi attraverso parole altrui; è necessario trovare le proprie parole, quando ce ne sono già così tante a disposizione?
Ma nonostante il suo tentativo di rimanere nascosto, le luci dei riflettori si sono soffermate su di lui quell'attimo che basta, ad un mercato alla ricerca costante di nuove attrazioni, per notarne le potenzialità. Il lettore puro, merce rarissima in un mondo di aspiranti scrittori e di totali indifferenti, viene dato in pasto ad un pubblico che desidera trovare nuove forme di intrattenimento colto: Ottavio diviene famoso, le sue letture ricercate, le sue performance talmente assurde da risultare spirituali.
La luce che lo illumina gli offre possibilità inaspettate: il denaro è sufficiente per pagare una escort-lettrice che lo delizi di un sesso mescolato al piacere della lettura e che gli lasci l'illusione di un rapporto affettivo senza gli intralci del legame.
Ma da quel momento la sua vita prende una certa 'piega': la sua esposizione involontaria lo rende bersaglio delle invidie di una casta ferocissima e dell'avversione di una maggioranza che non tollera più l'aberrazione letteraria; al grido di un ipotetico 'a morte i lettori' viene colpito violentemente e lo choc gli impedirà per sempre di leggere libri. La sua seconda vita, dopo un lungo giro a vuoto intorno a Roma, sulle tracce del Sacro Gra, si compirà all'interno del social Panorama, dove imparerà che la nuova forma di lettura è un 'guardare' le infinite narrazioni in continua costruzione che si offrono alla vista di chi entra nel programma. Ingenuo, sprovveduto, senza appigli, cadrà nella trappola più comune di ogni mondo virtuale: innamorarsi di una sconosciuta. Più o meno qui si chiude Panorama, che alla fine si svela come non-romanzo; il narratore dichiara apertamente che il lungo testo che stiamo concludendo è solo il prologo della narrazione: la storia d'amore di Ottavio e Ligeia la si può trovare in rete, è una vicenda che si è costruita e conclusa nell'arco di anni, una relazione tra due solitudini che s'incontrano attraverso la scrittura altrui e si confondono e si amano in un mondo di segni da interpretare continuamente.
Nota personalissima: l'ipotetica raccolta di frammenti 'Memorie delle cose che lette prima di dire m'addormento' è una di quelle adorabili perversioni da fissati della letteratura che ho adorato (se cercate in rete Ottavio Tondi avrete sorprese): ma capisco che qualcuno potrebbe sentirsi legittimato a menar le mani, di fronte a queste manie. Non parliamo poi degli elenchi che descrivono gli oggetti sparsi sul letto di Ligeia: si rischia, come il povero Ottavio, di finire male.



giovedì 19 novembre 2015

I due hotel Francfort di David Leavitt




Me lo sono proprio gustato questo romanzo di David Leavitt, del quale non leggevo niente dai tempi dei suoi primi libri. Ha una scrittura che scivola via oliata alla perfezione, senza essere mai banale. Interessante l'ambientazione, la Lisbona degli anni '40, punto di ritrovo di chi fuggiva da un'Europa sull'orlo del baratro: non tutti trovavo posto sulle navi dirette in America e nel balletto di visti, passaporti, documenti e quote di immigrazione si intravede il dramma di tanti.
Non è il caso delle due coppie protagoniste dell'intreccio, benestanti e soprattutto americani (anche se una di loro nasconde ascendenze ebraiche).
Il romanzo si apre con un piccolo incidente: gli occhiali di Peter cadono, Edward li pesta rompendoli, le due coppie si conoscono: Julia e Iris lasciano i due uomini ad occuparsi degli occhiali e iniziano un'amicizia che è ambigua dal primo momento. Peter, quasi cieco, si lascia condurre da Edward verso l'hotel, a recuperare altre lenti. In questo primo incontro la situazione si definisce: Peter non vede e si fa condurre, Julia di malavoglia si lascia trascinare via da Iris. Romanzo che gioca sul doppio, sulla coppia, sui segreti, sulla rimozione e sulle regole per scrivere un best-seller, ha dalla sua la forza di alcune scene bellissime. Un bagno notturno, una lunga scalinata, due uomini su una panchina di fronte a un pavone.
(cfr. Il buon soldato, Ford Maddox Ford)



domenica 18 ottobre 2015

Sono socievole fino all'eccesso di Ugo Cornia

Ugo Cornia, Sono socievole fino all'eccesso, Marcos y Marcos, 2015
Due premesse. Uno: non conosco il pensiero di Montaigne se non per qualche vago ricordo del liceo; due: mi interessa molto tutto quello che pubblica Ugo Cornia, scrittore modenese dall'umorismo sottile e irresistibile.
La nuova collana di Marcos y Marcos (Il mondo è pieno di gente strana), nasce con l'idea di pubblicare biografie di personaggi famosi scritte da autori che normalmente non scrivono biografie. Ugo Cornia ha scelto di raccontarci la vita di Montaigne, attraverso le riflessioni del filosofo su quanto sperimenta, subisce, cerca: la stuttura del testo è basata dunque sui temi cari al pensatore attraverso i quali ci vengono aperti squarci sulla sua esistenza. Che è poi il procedimento contrario e corrispondente di quello che è accaduto nella realtà: Montaigne era un filosofo concreto, curioso della vita e delle storie che ascoltava e le sue riflessioni nascevano spesso come sforzi per trovare un senso al vissuto. Non era facile, in un mondo in cui ci si sgozzava tra vicini di casa per questioni religiose e politiche e in cui la morte era sempre vicina, vicinissima: per malattia, incidente, omicidio. Ed è proprio alla morte che Montaigne dedica moltissime riflessioni: e ci vuole tutta una vita per prepararsi a farlo in modo dignitoso. Tra cure termali, processi per furto d'identità, incontri con i primi nativi americani in visita in Europa Cornia ci regala un ritratto umanissimo di un personaggio che per molti di noi avrebbe potuto rimanere un ritratto sbiadito sulla pagina di un manuale.
Il mondo è pieno di gente strana: Ugo Cornia, ad esempio, oppure Montaigne. Per fortuna, direi.

Via dalla pazza folla di Thomas Hardy


Una scrittura dettagliatissima nelle descrizioni della natura (la pioggia, la brina, il temporale, il vento tra gli alberi, le pecore, le pecore, le pecore) che mi fa pensare ancora una volta che qualcosa abbiamo perduto nell'epoca della riproducibilità delle immagini: la capacità di vedere e quindi di trovar parole per raccontare in modo così preciso avvenimenti quotidiani. La tosatura delle pecore, una notte in collina a percepire lo spostarsi delle stelle verso oriente, il percorso delle gocce lungo i ramoscelli, i rumori di un bosco sono i coprotagonista del romanzo, cornice ed essenza della giovane e bella Bathsheba, eroina modernissima (oggi più di trent'anni fa) che riflettendo sul matrimonio si dichiara ben disposta, se non comprendesse l'obbligo di avere un marito. Romanzo sull'educazione sentimentale di una ragazza indipendente e volitiva, dolce e sincera ma anche sciocca e capricciosa:
 giovane, insomma, e umana; una che sbaglia e che paga carissimi gli errori. Perché nel mondo di Hardy, i sentimenti sono armi pericolosissime: non fanno solo soffrire, portano alla pazzia, alla malattia, alla morte. La visione tragica dell'autore qui non è ancora totale e la figura del fittavolo Oak è completamente positiva: uomo capace, dai sentimenti profondi, giusto e paziente ma mai disposto ad essere servile, è l'angelo custode di Bathsheba tra la pazza folla che la circonda e da cui è coinvolta.
Menzione speciale alla scena in cui Bathsheba nella notte si trova sola in casa con il cadavere della rivale e decide di perlustrare l'improvvisato carro funebre alla ricerca di un eventuale bambino: siamo alle soglie dell'oscurità di Jude.





sabato 10 ottobre 2015

Anna di Nicolò Ammaniti

“Sulla sopraccoperta rossa e blu c'era uno scheletro con le braccia incrociate. Tutte le duecentosei ossa che lo formavano, dalle falangi dei piedi al cranio, erano decorate da sottilissimi disegni geometrici eseguiti con un pennarello nero. Sulla fronte e sugli zigomi erano disposti anelli e orecchini, e sulle orbite dei nidi di passero con le uova coperte di macchioline. Le vertebre del collo e le costole erano avvolte da fili di perle e catenine d'oro, da collane di ametista e pietre colorate. Accanto ai piedi, acciambellato, c'era lo scheletro di un gatto”.
Non è un capolavoro ma un buon libro per ragazzi e una favola per tutti, l'ultimo romanzo di Ammaniti, leggero e giocoso al di là dello scenario corrotto: un mondo in completa rovina, nel quale gli adulti sono morti a causa di un virus che uccide tutti appena superano la soglia che dall'infanzia porta alle fasi successive della vita.
Anna è una ragazzina rimasta sola con il fratellino Astor nella campagna palermitana: in camera tengono lo scheletro della mamma, ornato di collane e pietre preziose come reliquia con funzione protettiva; vicino si trova il quaderno delle Cose Importanti che la donna ha scritto nei mesi della malattia; una guida per le insidie della vita, a cominciare dalla morte. Non c'è tempo per giri di parole e così le indicazioni della mamma sono frasi concise dalla terminologia chiara.
“ Il virus si risveglierà solo quando diventerete grandi. Anna tu diventerai grande quando avrai del sangue scuro che ti esce dalla topina. Astor tu diventerai grande quando dal pisello duro ti uscirà lo sperma, un liquido bianco”.
Come in ogni fiaba che si rispetti l'equilibrio iniziale viene rotto: al ritorno da una delle perlustrazioni alla ricerca di cibo Anna non trova più il fratellino e deve partire per ritrovarlo.
Il cammino di Anna dal podere del Gelso all'Hotel, poi fino a Palermo e infine in direzione della Calabria (terra del possibile, dove qualche adulto sopravvissuto potrebbe aver trovato un vaccino) è il classico cammino nel bosco, pieno di insidie e mostri pericolosi: cani selvatici, i bambini blu, la Picciridduna, pozioni magiche. Ogni prova dovrà essere superata ed Anna, testarda e coraggiosa, affronta ogni cosa come una sfida. Sempre con la speranza a tenerla indirizzata, pur sapendo che niente è garantito.

domenica 4 ottobre 2015

L'ultimo degli uomini di Margaret Atwood


Uomo delle Nevi si sveglia prima dell'alba. Giace immobile, ascoltando la marea che sale e onda dopo onda lambisce le varie barriere, cic-ciac, cic-ciac, il ritmo del battito cardiaco. Vorrebbe tanto credere di essere ancora addormentato.



Uomo delle Nevi, fino a poco tempo prima, si chiamava Jimmy ed era un abitante dei Recinti, le zone della Terra create dalle multinazionali per garantire la salute e la sicurezza dei loro dipendenti su un pianeta arrivato sull'orlo del collasso. I cambiamenti climatici (l'aumento delle temperature associato a temporali sempre più devastanti) ha drasticamente ridotto le risorse alimentari a disposizione per una popolazione in continuo aumento. La povertà ha determinato un aumento della violenza e il turismo sessuale è una delle pratiche oramai diffuse senza controllo.
Nei recinti si vive una vita più tranquilla, anche se non tutti accettano l' auto reclusione: la madre di Jimmy, ad esempio, è sempre più depressa e sospettosa rispetto al lavoro degli scienziati del recinto, che si occupano di manipolazione genetica per fornire nuovi organismi di cui cibarsi e allo stesso tempo producono qualunque tipo di pillola in grado di migliorare la tonicità della pelle, l'umore o il risultato di un concepimento.
Ma questo accadeva prima: ora Jimmy è diventato Uomo delle Nevi e si trova solo a cercare di sopravvivere in un pianeta devastato: vicino a lui vivono i Craker, tribù di uomini e donne giovani, perfetti e adatti alla nuova situazione ambientale: esseri semplici, progettati per essere felici, al sicuro da fantasie, paure, desideri. In un qualche modo Jimmy aveva promesso di prendersi cura di loro e adesso quella promessa, per quanto ridicola, lo tiene legato a quegli esseri dalle corpi colorati.
In un alternanza di descrizioni del presente e flash-back, la storia ci viene narrata dal punto di vista di Jimmy: il dolore per la scomparsa della madre, l'amicizia con il geniale Craker, l'amore per Oryx.

Margaret Atwood, scrittrice canadese classe 1939, ha dedicato la sua vita alla scrittura e all'impegno politico e sociale, interessandosi in particolare ai temi della sostenibilità della presenza della razza umana sulla terra, alle tematiche femministe e alle problematiche legate ai rapporti di potere in ambito sessuale. Il romanzo, in modo evidente, tratteggia un possibile futuro catastrofico partendo dai problemi più evidenti dell'oggi.

Come ogni romanzo “a tesi”, risulta abbastanza prevedibile e manca in parte di un elemento essenziale per le narrazioni fantastiche: la capacità di aprire scenari davvero inediti e di offrire al nostro sguardo mondi mai immaginati. Ma non era questo l'intento dell'autrice, che riesce comunque a regalarci passaggi interessanti nei momenti più statici della narrazione: il dialogo farneticante che Uomo delle Nevi intesse in solitudine, con evidenti richiami a Robinson Crusoe e a tutti i suoi successori, sono intense, poetiche e intelligenti.

martedì 29 settembre 2015

Chi ti credi di essere? di Alice Munro

Botte da re. La promessa arrivava da Flo. Adesso te le prendi, e saranno botte da re.

Indugiando sulla lingua di Flo, l’espressione si caricava di decorative gualdrappe. Rose aveva un bisogno di immaginare le cose, di pedinare assurdità, che superava anche quello di tenersi lontano dai guai, perciò, invece di prendere la minaccia sul serio, si perdeva a rimuginare: ma come saranno le botte da re? Si inventò un viale alberato, una folla di spettatori eleganti, dei cavalli bianchi, degli schiavi neri. Qualcuno si inginocchiava e il sangue schizzava copioso come stendardi al vento. Una cerimonia selvaggia e stupenda. Nella vita vera neanche si avvicinavano a tanto splendore; c’era giusto Flo che tentava di conferire all’evento un’aria di rincresciuta ineluttabilità. Rose e suo padre invece varcavano subito la soglia del presentabile.

Un incipit perfetto per una raccolta di racconti (legati tra loro a formare la storia di una vita) che trova un perfetto equilibrio tra scorrevolezza, ricercatezza lessicale, attenzione al dettaglio, aperture metaforiche, vita individuale e storia collettiva. Rose è una ragazzina dell'Ontario cresciuta dal padre e dalla matrigna Flo, nella campagna canadese ai tempi della grande Depressione. Un ambiente molto povero, materialmente e culturalmente, dal quale ben presto Rose vuole fuggire, alla ricerca di un mondo più vicino a lei per sensibilità. Riesce ad allontanarsi dal paese grazie allo studio e ad un marito; il matrimonio le conferisce uno status di donna indipendente e benestante, molto prima di quanto avrebbe mai fatto lo studio. Non è un matrimonio felice ma grazie ad esso Rose diventa madre, lavora, conosce ambienti culturalmente più stimolanti: gli anni settanta si avvicinano e il desiderio accende le vite dei giovani di tutto il mondo occidentale. Ogni passo di Rose la porta sempre più lontano dal “topos” in cui è cresciuta; trasformare un'adolescenza povera in materiale per aneddoti divertenti è il suo modo per rimarcare il distacco dal passato ma anche per segnare una distanza rispetto ai nuovi amici, che sono intellettuali e benestanti dalla nascita. Rose si diverte a scandalizzare gli anticonformisti riuniti alle feste raccontando di latrine inaffrontabili e di violenze incestuose, di botte da re e furti di caramelle: non ero infelice, risponde di fronte ai volti che passano dal riso alla commiserazione.
Imparare a sopravvivere, non importa a costo di quante precauzioni e vigliaccherie, di quali paure e brutti presentimenti, non è la stessa cosa che essere infelici. E' troppo interessante”.
Il matrimonio non funziona, come era chiaro fin dall'inizio, fin dal loro primo incontro nel quale il giovane Patrik si innamora di lei immaginandola come la “fanciulla in ambasce” che ogni valoroso cavaliere ha il dovere di proteggere. Ma Rose è una ragazza in difficoltà intelligente, piena di vita e di desiderio e il suo bisogno di “pedinare assurdità” supera sempre “quello di tenersi lontano dai guai”.
Rose si guardava allo specchio e pensava: moglie, fidanzata. Che belle parole dolci. Come potevano adattarsi a lei? Era tutto un miracolo; tutto uno sbaglio. Era quello che aveva sognato; non era quello che aveva desiderato”

Il percorso dei racconti si chiude con il ritorno a casa, per occuparsi dell'ormai anziana Flo che deve essere portata in una casa di riposo. E' un ritorno che chiarisce, dopo tanto tempo, che per quanto Rose sia andata lontano (è divorziata, lavora come attrice per il teatro e la tv, vive sola ma ha avuto diversi amanti) il suo “nocciolo di onestà” è ancora lì, nell'impossibilità di tradurre in parole la sensazione che prova nello stare vicina ad un vecchio compagno di classe. “Che cosa poteva dire di Sé e di Ralph Gillespie, se non che sentiva vicina la vita di lui, più vicina di quella di uomini che aveva amato, una tacca sopra la propria?”

Alice Munro, attraverso i flussi e riflussi della marea dei ricordi, ripercorre la storia di una donna di bassa estrazione sociale: non sarebbe stata la stessa storia, se fosse stata la storia di un uomo o di una donna più ricca. Generi e classi sociali esistono e la Munro sa mostrarci tutto, questo e tutto il resto che ci accomuna. 

venerdì 25 settembre 2015


 “La dipendenza non è bella dopo i vent'anni. Una riservatezza da ostrica era quanto ci si aspettava da chi aveva i suoi anni, una riservatezza crescente che sarebbe culminata nella dignità della morte. Dopo i quarant'anni, il lutto, la malattia, lo spavento e le conseguenti richieste di attenzione erano cose mal tollerate. Si supponeva che uno a quell'età avesse ormai trovato il suo posto nel mondo, e, se così non era, il mondo ignorava quel fallimento, lo relegava nell'angolo che a suo avviso gli competeva.”
Il lungo sguardo, di Jane Elizabeth Howard, racconta a ritroso, attraverso cinque atti che vanno dal 1950 al 1929, l'educazione sentimentale di una ragazza introversa, intelligente e abbandonata a se stessa da una madre infantile ed un padre assente. Il suo primo amore le fa aprire gli occhi su una realtà di menzogne e silenzi e così, priva di qualunque appiglio emotivo, si trova in balia di un affascinante e misterioso marito, manipolatore a tratti crudele ma capace di trattenerla a sé per una vita intera.
Ma il romanzo inizia dalla fine, quando Antonia, oramai raggelata nell'autocontrollo disciplinatissimo che si è imposta negli anni, deve affrontare contemporaneamente le nozze del figlio, la gravidanza della figlia e l'abbandono del marito. Ed è proprio Mr Fleming il personaggio centrale di questa prima parte del romanzo: affarista di successo, “concentrato su se stesso con una sorta di ferocia mirata”, ha coltivato una sensibilità raffinata e nello stesso tempo ha accumulato denaro e conoscenze il cui vero scopo è esercitare il proprio potere sulle persone. 
Con una scrittura impeccabile e una distanza a tratti glaciale l'autrice racconta dal punto di vista della moglie un matrimonio complesso nel quale desiderio, odio, rabbia e dipendenza si mescolano e si alternano. Il personaggio di Antonia si aggiunge alla lunga lista di donne intelligenti che devono lottare per affermarsi, spesso proprio contro uomini che dicono di amarle mentre tentano di controllarle: la crudeltà di Mr Fleming ricorda Osmond di Ritratto di signora, David Melrose di Edward St Aubyn, il marito di Colette de Il mio noviziato.
 Lo sguardo di Elizabeth Jane Howard ripercorre a ritroso a partire da quella infelicità la storia di Antonia, fino a narrare le illusioni della giovane Toni ancora innocente. E a partire dalla fine comprendiamo meglio quello che Antonia è diventata, sviluppando una difesa orgogliosamente raffinata, reazioni composte, abbigliamento curato, schermaglie verbali come opere d'arte: dentro è il caos, la rabbia che a volte diventa davvero distacco.
Non è un romanzo facile, il freddo è a tratti feroce e respingente: ma l'onestà priva di luci diffuse con la quale Antonia guarda se stessa e alle relazioni apre squarci su personalità difficili e fuori dalle norme, anche grazie ad un uso delle parole preciso, intelligente ed affilato come una lama.
Si dice che l'opera dovrebbe avere vita a sé, distaccarsi dall'autore: ma in questo caso è impossibile: troppo noti il terzo marito di E.J. Howard, lo scrittore Kingsley Amis e il famoso figliastro, Martin Amis. E comunque, per tutta la vita, E.J. Howard continuò a scrivere e riscrivere storie su madri in competizione con le giovani figlie, uomini che necessitano di un palcoscenico, donne orgogliose ma dipendenti dallo sguardo maschile: le sua storia, le sue famiglie. Le sue passioni, mai sfociate in una serena                                                                                                           convivenza.

“Eccolo, dunque: il punto di non ritorno. L'istante estremo in cui una figura distante che viene verso di noi diventa riconoscibile, ci vede e viene vista; il punto da cui non si recede e bisogna per forza incontrarsi, soffrire o godere o manifestare la reciproca indifferenza. Lui era venuto lì per incontrarla e, nell'istante in cui si erano separati dalla folla, l'incontro era avvenuto. Quella notte si svegliò, e tutta la sua vita sembrò culminare in quel risveglio, tutto il senso dell'esistenza embrò concentrasi nel suo essere profondamente e irrevocabilmente innamorata”.

Elizabeth Jane Howard tra Martin e Kingsley Amis

martedì 22 settembre 2015

Ricordami così di Kevin Powers

Justin Campbell scompare nel nulla all'età di 11 anni. Una tragedia che coinvolge una famiglia, una cittadina, un intero stato. Le ricerche sono meticolose, determinate, piene di speranza e di paura. Lentamente però le forze vengono meno e la famiglia deve cercare un equilibrio nella nuova vita, la vita dopo-la-scomparsa: ma è un equilibrio allucinato e senza pace quello che la madre Laura trova nell'accudire una delfina al laboratorio marino e che il marito Eric cerca nella relazione con la moglie di un amico; anche il figlio minore è costretto a cercare una nuova stabilità, nella continua alternanza di identità che lo trasforma di continuo da “il fratello di Justin” a “figlio unico, ormai”: la sua passione per lo skate è l'immagine esatta della continua ricerca di una nuova posizione per non cadere, nonostante l'aumentare delle difficoltà.
Ma Ricordami così non ha il suo perno nella scomparsa, bensì nel ritorno di chi si credeva perduto: Justin è uno dei “revenants” che vanno di moda ultimamente, un fantasma che all'improvviso è di nuovo tra di noi, uguale a se stesso ma profondamente sconosciuto. La sua apparizione misteriosa in un mercato della cittadina, dove sta acquistando dei topolini per sfamare il suo serpente , rimarrà l'unico indizio esplicito di una diversità spaventosa, soprattutto perché non detta, con la quale i Campbell dovranno fare i conti; insieme alla consapevolezza, che diventa colpa, del fatto che Justin è sempre stato vicino e loro non sono riusciti a trovarlo. A volte il mondo è piccolo, dice la madre a un certo punto. Solo per alcuni, risponde Justin, per altri è troppo grande.
Mi sono chiesta: perché? Perché l'autore ha scelto questa storia? Perché, prima di questa c'è stato il successo di Les revenants? Per un corto circuito di lettura( ho appena letto un romanzo sulla difficoltà di ritornare dall'Iraq, Yellow birds) Justin mi ha fatto pensare ai ragazzi che tornano dalle guerre, manichini identici all'originale ma devastati all'interno. Anche per loro a casa la famiglia si chiede quali orrori avranno vissuto; anche con loro spesso prevale il silenzio.Ma il caso di Justin diverso(in parte): non se n'è andato, l'hanno portato via, come gli “indiani” rapivano i bambini e a volte li facevano crescere con loro (e qui mi viene in mente Il figlio di Meyer). Qualcuno non tornò mai più, altri faticarono a trovare una loro identità, per sempre sospesi tra i due mondi. E' di questo che parla, il romanzo: di identità che smottano continuamente, di silenzi che portano i protagonisti alla deriva, di una enorme difficoltà a sentire che il mondo, intorno, è abbastanza stabile. Chissà perché uno scrittore americano, colto e benestante, ha bisogno di                                                                       raccontarci proprio questa storia.

(e con questo mi prendo una pausa dalle famiglie statunitensi: vado alla ricerca di una Dona Flor, di un Maqroll il Gabbiere, di una zia Giulia con nipote scribacchino)





domenica 13 settembre 2015

Il cielo è dei violenti di Flannery O'Connor

Flannery O'Connor, Il cielo è dei violenti, 1960 (Einaudi 1965 e di nuovo 1994)

"Sapeva di avere la stoffa dei fanatici e dei pazzi, e di esser sfuggito al suo destino quasi con la sola forza d
i volontà. Si teneva ritto su una linea sottilissima, tra la pazzia e il vuoto"

Il vecchio Mason è morto e il giovane Francis Marion Tarwater si trova a decidere della propria vita, barcollante sotto il peso dell'eredità che ha ricevuto. Il prozio l'ha cresciuto nella folle convinzione di essere destinato a diventare un profeta; gli ha lasciato anche due incarichi: seppellirlo il giorno in cui terminerà la sua esistenza terrena e battezzare il piccolo Bishop, figlio del maestro Ryber, nipote del vecchio e zio di Tarwater. Il bambino è nato con un grave ritardo mentale e secondo l'opinione del vecchi Mason, la mano di Dio l'ha voluto così proteggere dalla razionalità sulla quale il maestro Ryber ha fondato la propria vita, dopo aver passato l'infanzia con il nonno ed aver rifiutato una vita di folle fanatismo.
Il giovane Tarwater non seppellisce il vecchio, ribellandosi così al primo dei compiti che gli erano stati affidati e fugge a casa del maestro Ryber. Cerca aiuto? E' preda dell'ossessione trasmessagli dal nonno e vuole battezzare Bishop. E' un ragazzino allo sbando, scontroso, arrabbiato, diffidente. Il maestro lo accoglie come un'occasione: un figlio “intelligente” da crescere nell'equilibrio e nella razionalità. Ma Tarwater sembra non ascoltarlo e non perde occasione per mostrare il suo disprezzo per lo zio e per il piccolo Bishop. Il maestro è tutta teoria, pensa Tarwater, ma io so agire. L'azione ci sarà, terribile e altamente simbolica della fede e della sfida del ragazzo; ma la vita lo costringerà a subire lui stesso violenza e da questa distruzione nascerà qualcosa di nuovo.

Tre uomini soli in lotta tra di loro e con sé stessi; e un bambino, gravemente ritardato, oggetto delle loro apprensioni e proiezioni. Un libro durissimo, una storia agghiacciante, una follia così lontana che fatico a comprendere. Ma una profondità che, condivisa o meno, non si può non ammirare: c'è poco da fare, i livelli esistono e qui siamo parecchio al largo. Non essendo credente e conoscendo pochissimo di teologia ho sicuramente capito metà della metà di quello che racconta Flannery O'Connor, fervente cattolica (così viene definita), che ha vissuto nella zona sud degli Stati Uniti chiamata “cintura della Bibbia” per la prevalenza di cultura cristiana evangelica. Prima dei trentanni le viene diagnosticata una malattia autoimmune degenerativa, della quale morirà prima dei cinquantanni. Una vita solitaria in una fattoria dove allevava pavoni, sua grande passione. Una vita di studio e scrittura e rapporti epistolari. Un altro mondo, insomma, lontanissimo..

Yellow birds di Kevin Powers

"Mentre dormivamo, la guerra sfregava a terra le sue mille costole in preghiera. Quando arrancavamo, sfiniti, i suoi occhi erano bianchi e spalancati nel buio. Se noi mangiavamo, la guerra digiunava, nutrita dalle sue stesse privazioni. Faceva l'amore e procreava e si propagava col fuoco"

Gli yellow birds del titolo sono quelli di una filastrocca militare americana, scandita dai soldati durante la marce: “un uccellino giallo/ con il becco tutto giallo/ se ne stava posato/ sul mio dav
anzale./ L'ho fatto avvicinare/ con un pezzo di pane/ e poi gli ho sfondato/ la fottuta testa”.
Perché in guerra, e questo è un libro sulla guerra americana in Iraq, quello che conta è sopravvivere e non c'è altro modo per riuscirci se non scavare fino in fondo a se stessi e “cercarsi dentro la vena bastarda”, come insegna il sergente Sterling, che è l'emblema di colui che ce la farà, a riportare a casa la propria vita, pur diventando un po' psicotico, come bisogna fare. Sterling è quello che urla quando è il momento, scuote i ragazzi dagli attimi di vuoto, spara per primo e se li tira dietro tutti, a spaccare quelle fottuta testa, poco importa se sia un canarino, un cane, un bambino.

Ma gli uccellini gialli sono anche quelli del padre del giovanissimo Murph, diciotto anni appena, che racconta di quando suo padre aprì le gabbie e gli animaletti, dopo un breve momento di inebriato svolazzare, tornarono a posarsi nelle uccelliere: perché questo è un libro sul ritorno dalla guerra e sulla difficoltà ad uscire dalla prigione insensata nella quale hai vissuto per qualche tempo.
Bartle sopravvive ma ritorna come un fantasma: rimane a letto per giorni interi, trascina i piedi, non si lava, non vuole vedere nessuno. Se potesse addormentarsi per sempre lo farebbe, ma che non gli chiedano un atto di volontà: se il passato è un collage di frammenti senza senso che invade la tua testa ogni momento diventa difficile prendere decisioni.
Ha sbagliato, Bartle, e comincia a scontare la sua condanna ben prima che lo Stato venga a pretendere il dovuto risarcimento. Ha sbagliato, prima di tutto, perché si è arruolato ed è finito in Iraq e “ non si rimedia al fatto di aver ucciso delle donne, o di aver guardato uccidere delle donne, o di aver ucciso degli uomini e avergli sparato alle spalle, e poi aver sparato ancora, più di quel che serviva per ucciderli ...”; ha sbagliato perché ha promesso alla madre di Murph di tener d'occhio il ragazzo e di portarlo a casa sano e salvo e non si fanno promesse del genere, nessun legame è consentito in quel mondo rovesciato, Murph ha cercato di sfuggire alla disumanità e questo lo ha reso debole, lo ha ucciso; Bartle ha sbagliato ancora, ha scritto una lettera, fingendosi Murph, alla signora LaDonna, postina e madre di Murph, la quale ha capito che qualcosa non tornava e ha cominciato a fare domande sulla morte del figlio.
Kevin Powers è stato davvero in Iraq; si era arruolato, a diciassette anni per avere maggiori possibilità di studio: i suoi voti non erano abbastanza alti per ottenere una borsa di studio. Era uno con la testa tra le nuvole, un poeta che si è ritrovato (colpevolmente) a partecipare ad una guerra, alla quale, anche nel romanzo, nessuno sembra trovare un senso. Ma Kevin Powers non si perde come Murph, né diventa una macchina da guerra come Sterling: assomiglia a Bartle, trova una misura tra le due follie e rimette insieme i pezzi, grazie a un lirismo potentissimo mescolato a una durezza che non chiede sconti a nessuno. E' un vero peccato che siano nate dalla barbarie pagine di una bellezza che a tratti diventa una visione.
“E io vidi infine il suo corpo disfarsi all'imboccatura del golfo, dove le ombre delle palme da datteri  si allungavano come tende scure sulle sue ossa, ora sparpagliate, trascinandolo nel mare, verso una schiera di onde che si infrangono all'infinito mentre lui vi entra”.

Middlemarch di George Eliot

George Eliot è una delle scrittrici più famose di tutti i tempi e Middlemarch il suo romanzo più conosciuto. Siamo in Inghilterra, nella prima metà del XIX secolo e la narrazione intreccia le vite di uomini e donne alle prese con l'amore, il denaro, le ambizioni, le passioni: insomma, con la vita. Il ritmo è quello lento tipico del genere, l'autrice spiega tutto senza impliciti e l'intreccio appassiona come una telenovelas. Un personaggio di donna, Rosamund, descritto meravigliosamente ed alcuni momenti di grande capacità introspettiva.  Lunga vita ai classici, non deludono quasi mai.

Dora Bruder di Modiano

Il commento di Patrick Modiano, quando l'anno scorso gli comunicarono che aveva vinto il Nobel, fu una frase tipo: ma che strana scelta. Non deve essere un personaggio comune, lo scrittore di Dora Bruder, lo si intuisce anche da quel poco che affiora dal racconto. La giovane Dora, scappata di casa minorenne e poi di nuovo scomparsa in un campo di sterminio, non è la protagonista del libro a lei intitolato. Dora è una figura che si cerca e non si trova, un'ombra che ha lasciato impercettibili tracce del suo passaggio per le strade di Parigi e nelle memorie del mondo. E Modiano è uno scrutatore di tenebre e di vuoti, che conduce una personale e ossessiva ricerca di ciò che è stato senza lasciare impronta. Lontano, senza dubbio, dagli abili confezionatori di narrativa che dilagano.

La ferocia di Nicola Lagioia

Il titolo mi è piaciuto, la copertina abbastanza ed anche il nome dell'autore non suona affatto male. La sinossi, perfetta e accattivante. Una giovane donna, figlia di una occasione famiglia di costruttori baresi, viene trovata nuda e coperta di sangue sull'autostrada Bari-Taranto. Un camionista se l'è vista sbucare all'improvviso nel buio e non ha potuto evitare di investirla. Inizia da questa scena la costruzione a ritroso della vita di Clara e della famiglia Salvemini. La ferocia del titolo è l'istinto animale di sopraffazione e sopravvivenza, che domina le vite dei personaggi che si muovono circondati da una natura violenta e violentata (un grazie a Lagioia per aver speso parole sulla devastazione del Gargano). E ognuno di loro trova strategie differenti, ma sempre distruttive, per sopravvivere o vincere morendo.
Non tutto funziona, la scrittura a volte è pesante, ma ho apprezzato molto l'intento.

La sposa di Covacich

Non è un romanzo e forse neppure una raccolta di racconti. Qualcuno l'ha definito un concept album (se ricordassi dove l'ho letto ...) e in effetti è qualcosa del genere. Narrazioni e riflessioni legate da fili conduttori evidenti (in particolare le figure della sposa, la maternità, i figli vissuti come trofei in un tempo di sterilità...). Lo definirei interessante, nel senso che mi interessano alcuni suo percorsi di riflessione. Premio speciale per la copertina: le scarpe di Pippa Bacca,  uccisa in Turchia durante un viaggio - performance vestita da sposa.

Il tempo migliore della nostra vita di Antonio Scurati



Non è un romanzo, nemmeno una biografia, né una saga familiare ma un po' tutte queste cose insieme. Il filo conduttore principale è la vita di Leone Ginzburg dal suo primo e decisivo no al fascismo (24 anni, un ragazzino già docente all'università) fino alla sua morte in carcere. Intorno a lui la moglie Natalia, Cesare Pavese, Giulio Einaudi, la guerra, le bombe e i nonni dell'autore. Se volete un buon riassunto della seconda guerra mondiale trovate anche quello e scritto bene. Ha il pregio di narrare ancora una volte le storie della resistenza e di trasmettere un grande amore e un profondo rispetto per Leone Ginzburg.