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'Basta astenersi dal fare del male per essere a posto con la propria coscienza? Eh, che mi dici? Mi basterà, poi?'
Le vicende dell'Italia tra l'armistizio dell'8 settembre 1943 e la fine della guerra nel 1945 sono parte fondamentale della narrazione della nostra identità. Sono storie potenti e tragiche, che si avvicinano alla mitologia se non fosse che il sangue scorre ancora troppo vicino e avvertiamo i battiti dei cuori, i fiati dei personaggi. Tra le infinite storie di quel periodo, Filippo Tuena decise, nel momento in cui lasciava Roma per trasferirsi a Milano, di raccontare quello che accade nei giorni in cui Roma divenne Città aperta. Mescola invenzione e documenti, facendo incontrare la vita quotidiana di una famiglia benestante con l'elenco minuzioso dei terribili eventi di quei giorni: attentati, sparatorie, rastrellamenti, rappresaglie. Sceglie un ambiente che conosce, costruito sull'amore per la bellezza e ne racconta le angosce, il tentativo di sopravvivere, la sensazione di non aver fatto abbastanza, mentre intorno l'inferno si scatena: sono i giorni della deportazione degli ebrei di Roma, narrati in modo cristallino da Debenedetti nel suo 16 ottobre 1943 (leggetelo, tra parentesi); delle torture per i sospettati di attività sovversiva; i giorni dell'attentato di via Rastella e del massacro delle Fosse Ardeatine. Nel finale Tuena trova la sua voce più autentica, mi sembra: quella che dà parola e sostanza ai morti, ai fantasmi, alla follia. Sono ombre che ci accompagnano benevolmente in questo caso, che ci stanno accanto come luci ad indicare un cammino, a ricordare che loro siamo noi e che ci saranno sempre. Quei morti-per sempre liberi, che risorgono dalle fosse comuni ci raccontano la loro storia per ricordarci da dove veniamo. Con l'amarezza di un dubbio: che il meglio di una generazione sia stato cancellato dalla furia della guerra e che questo ci abbia rubato anche il futuro.
Dopo aver letto di fantasmi nel Memoriale del caso Schumann ho deciso di restare dentro alla questione ancora un po' leggendo Tutti i sognatori: d'altra parte un anno iniziato sotto il segno di Stephen King non poteva che condurmi qui, ad ascoltare le voci dei morti. Questi sognatori, come la cantante nera di Mucchio d'ossa, ci parlano ancora: le violenze che hanno subito chiedono per sempre di abitarci e diventare parte di noi
lunedì 2 gennaio 2017
Il Regno di Emmanuel Carrère
Una ricostruzione accurata della genesi del Vangelo di Luca, a partire dalla figura controversa di Paolo e della sua instancabile opera di conversione in Asia Minore, in contrasto con i depositari 'legittimi' dell'eredità di Gesù, rimasti a Gerusalemme a cavarmela tra l'avversione degli altri ebrei e dei romani. Un percorso che racconta come una romanzo, immaginando quello che non si può conoscere (dichiarandolo apertamente) per andare alla ricerca delle parole e delle azioni del personaggio più famoso della storia occidentale: uno che sarebbe risorto, addirittura, e comparso dopo la morte. Ma è anche un viaggio per capire che cosa significhi credere, come possano persone 'per il resto del tempo non pazze' avere la convinzione di mangiare il corpo e bere il sangue di un uomo-dio morto e risorto più di duemila anni fa. E poi, naturalmente, si tratta di Carrère che si confessa, come fa sempre: ha un egocentrismo marcato, un interesse spiccato per sé stesso, desidera la fama, vuole essere un grande scrittore. Ma è stato anche uno che ha sofferto e che ha faticato molto a trovare, finalmente, anni di serenità e di riconciliazione. In un momento particolarmente buio della sua vita si è avvicinato al cristianesimo e si è convinto di essersi convertito (il che equivale, o no, all'esserlo davvero?: e qui racconta per la prima volta il suo percorso cattolico, di cui non ha parlato quasi mai; da tempo è rinsavito, o ha perduto la grazia, e quella parentesi lo imbarazza come questione privatissima. Ma ormai lo sa, che mettere a nudo se stesso è una vocazione alla quale non può sottrarsi. E quindi intreccia, con grande intelligenza e passione, la sua storia con quella di Luca, di Paolo, di Gesù, di Pietro, Giacomo e tutti gli altri; il suo nuovo avvicinamento alla religione non è più quello di un uomo sofferente e confuso, ma la ricerca di uno scrittore rasserenato che continua però a giare intorno alle parole dei vangeli e dei testi spirituali. Porta con sè i demoni di Limonov e de il protagonista de L'avversario, i discorsi di Philip K.Dick, i discorsi della psicanalista, i quadri di Caravaggio e i film americani, perfino i filmini porno di cui è appassionato. Porta tutto se stesso, nel viaggio.
' Il libro che termino ora l'ho scritto in buonafede, ma cerca di avvicinarsi a qualcosa di tanto più grande di me da far sembrare questa buonafede ben poca cosa, lo so. L'ho scritto portandomi dietro il peso di ciò che sono: un uomo intelligente, ricco, con una posizione: altrettanti handicap, per chi vuole entrare nel Regno. Comunque ci ho provato. E nel momento di lasciarlo mi chiedo se questo libro tradisca il giovane che sono stato, è il Signore in cui quel giovane ha creduto, o se invece vi sia rimasto, a suo modo, fedele.
Non lo so. '
' Il libro che termino ora l'ho scritto in buonafede, ma cerca di avvicinarsi a qualcosa di tanto più grande di me da far sembrare questa buonafede ben poca cosa, lo so. L'ho scritto portandomi dietro il peso di ciò che sono: un uomo intelligente, ricco, con una posizione: altrettanti handicap, per chi vuole entrare nel Regno. Comunque ci ho provato. E nel momento di lasciarlo mi chiedo se questo libro tradisca il giovane che sono stato, è il Signore in cui quel giovane ha creduto, o se invece vi sia rimasto, a suo modo, fedele.
Non lo so. '
Uomini e topi di John Steinbeck
'Ho veduto centinaia di tipi arrivare per la strada e per i ranch es, coi fardelli sulla schiena e la stessa idea piantata in testa. Centinaia. Arrivano, si licenziano e se ne vanno, e tutti fino all'ultimo hanno il pezzetto di terra nella testaccia. E mai uno di loro che ci arrivi. È come il paradiso. ...Nessuno trova il paradiso è nessuno trova il pezzetto di terra. È solamente nella testa.'
Uomini e topi è uno di quei romanzi che quasi tutti conoscono, almeno per sentito dire o per aver visto una delle versioni cinematografiche. Dopo Furore e insieme a La valle dell'Eden è tra i romanzi più famosi di John Steinbeck. Gli diede fama e benessere economico, quando uscì nel 1938, frutto del materiale raccolto per una serie di articoli sui migranti che arrivavano in California alla ricerca di lavoro durante la Grande Depressione.
George e Lennie sono due di questi uomini senza casa, che si spostano dove c'è lavoro: arrivano così al ranch del signor Curley, per raccogliere orzo. Viaggiano in coppia, fatto singolare; ma George è cresciuto con Lennie e non se la sente di abbandonare a se stesso quel gigante buono e fortissimo, capace di uccidere un animale solo perché lo vuole carezzare. I primi incontri al ranch di Curley non lasciano tranquillo George: il figlio del padrone è irascibile e instabile, in balia della propria debolezza nei confronti della giovane moglie, insoddisfatta e in cerca di compagnia tra i lavoranti. Perno del luogo il capo-cavallante Slim, saggio e di poche parole, capace di tenere animali e uomini sotto il proprio pacato controllo. Nel microcosmo anche il vecchio Cady, ormai inutile quanto il suo vecchio cane ed il nero Crooks, costretto a vivere in solitudine per la segregazione razziale.
George non è tranquillo, la situazione non gli pace, ma decide di rimanere perché basterà un mese di lavoro per mettere da parte un gruzzolo ed avvicinarsi al sogno, alla metà del loro cammino: una casa, un pezzo di terra, una stufa per le giornate di pioggia e la libertà di vivere del proprio lavoro decidendo se andare al circo o rimanere in casa, a giocare alle carte.
È chiarissimo, fin dalle prime pagine, che qualcosa andrà storto e l'istinto è quello di avvertirli, di farli allontanare, perché è evidente che la trappola è pronta a scattare per spezzare i sogni e ingabbiare quegli uomini in un vuoto nel quale dovranno sopravvivere.
Poche parole, per raccontare questa storia, ma calibrate con un equilibrio che è la magia delle narrazioni eccezionali: è ritmo, dettaglio, silenzi, omissioni e descrizioni piene di affetto e di struggimento per il destino di tutti, ma soprattutto di alcuni. Non è un ritratto realistico, se ha senso parlarne: troppo saggio Slim, troppo buono George, troppo pazzo Lennie. Siamo più vicini al linguaggio evangelico, forse: una parabola che parla di tutti noi, quando la vita si accanisce e le carte che ti serve non sono buone. Ma soprattutto un canto per tutti quelli che non hanno mai avuto realmente la possibilità di giocarsela, la partita. La traduzione di Pavese aggiunge una pagina di tristezza e di malinconia: un nodo alla gola per quella casa, quella stufa, quel luogo sereno e accogliente al quale vorremmo fossero tutti arrivati.
Uomini e topi è uno di quei romanzi che quasi tutti conoscono, almeno per sentito dire o per aver visto una delle versioni cinematografiche. Dopo Furore e insieme a La valle dell'Eden è tra i romanzi più famosi di John Steinbeck. Gli diede fama e benessere economico, quando uscì nel 1938, frutto del materiale raccolto per una serie di articoli sui migranti che arrivavano in California alla ricerca di lavoro durante la Grande Depressione.
George e Lennie sono due di questi uomini senza casa, che si spostano dove c'è lavoro: arrivano così al ranch del signor Curley, per raccogliere orzo. Viaggiano in coppia, fatto singolare; ma George è cresciuto con Lennie e non se la sente di abbandonare a se stesso quel gigante buono e fortissimo, capace di uccidere un animale solo perché lo vuole carezzare. I primi incontri al ranch di Curley non lasciano tranquillo George: il figlio del padrone è irascibile e instabile, in balia della propria debolezza nei confronti della giovane moglie, insoddisfatta e in cerca di compagnia tra i lavoranti. Perno del luogo il capo-cavallante Slim, saggio e di poche parole, capace di tenere animali e uomini sotto il proprio pacato controllo. Nel microcosmo anche il vecchio Cady, ormai inutile quanto il suo vecchio cane ed il nero Crooks, costretto a vivere in solitudine per la segregazione razziale.
George non è tranquillo, la situazione non gli pace, ma decide di rimanere perché basterà un mese di lavoro per mettere da parte un gruzzolo ed avvicinarsi al sogno, alla metà del loro cammino: una casa, un pezzo di terra, una stufa per le giornate di pioggia e la libertà di vivere del proprio lavoro decidendo se andare al circo o rimanere in casa, a giocare alle carte.
È chiarissimo, fin dalle prime pagine, che qualcosa andrà storto e l'istinto è quello di avvertirli, di farli allontanare, perché è evidente che la trappola è pronta a scattare per spezzare i sogni e ingabbiare quegli uomini in un vuoto nel quale dovranno sopravvivere.
Poche parole, per raccontare questa storia, ma calibrate con un equilibrio che è la magia delle narrazioni eccezionali: è ritmo, dettaglio, silenzi, omissioni e descrizioni piene di affetto e di struggimento per il destino di tutti, ma soprattutto di alcuni. Non è un ritratto realistico, se ha senso parlarne: troppo saggio Slim, troppo buono George, troppo pazzo Lennie. Siamo più vicini al linguaggio evangelico, forse: una parabola che parla di tutti noi, quando la vita si accanisce e le carte che ti serve non sono buone. Ma soprattutto un canto per tutti quelli che non hanno mai avuto realmente la possibilità di giocarsela, la partita. La traduzione di Pavese aggiunge una pagina di tristezza e di malinconia: un nodo alla gola per quella casa, quella stufa, quel luogo sereno e accogliente al quale vorremmo fossero tutti arrivati.
Assassino cieco di Margaret Atwood
'Lupi, vi invoco! Donne morte dai capelli azzurri e occhi come fosse piene di serpenti, vi chiamo a raccolta! Statemi vicino ora, mentre ci avviciniamo alla fine'.
Una struttura perfetta e complessa che utilizza flashback, anticipazioni, romanzo nel romanzo e articoli di giornale per creare una trama in sospeso, un'attesa che tiene avvinghiati alle parole della narratrice nel bisogno di sapere. Un lente d'ingrandimento sulla vecchiaia: l'attempata Iris ripercorre la sua vita, graffiando le pagine con la lentezza di una mano tutta pelle e dolori; nel frattempo ci racconta la sua fatica per arrivare al bar vicino, il bisogno di calcolare un percorso tenendo conto dei bagni, il sopravvento di un corpo acciaccato sui desideri e sulle intenzioni. Ma anche un romanzo su un grande amore, raccontato attraverso dialoghi secchi e descrizioni di squallide stanze di fortuna dove si aprono squarci di intensità nei silenzi sull'incontro tra due anime affamate. Un romanzo sulle donne (le donne di un tempo, mettiamola così) e sulla loro necessità di mimetizzarsi dietro una cortina di gelida noncuranza per non dover pagare caro il prezzo sempre in agguato: la vendetta e la collera del potere maschile. Una storia sul doppio, due sorelle che scelgono due modi diversi per affrontare la fuga, pagando entrambe un tributo terribile: la scomparsa, in tanti modi diversi, la perdita, l'identità impossibile da dichiarare. In un mondo di guerra e di denaro è solo in una narrazione fantascientifica che la poesia trova il suo spazio è l'amore viene dichiarato: in quel mondo lontano dalle tante lune l'assassino cieco può salvare la vergine muta dal suo destino di morte. Ma quella storia sarà raccontata solamente nascosta in un romanzo chiuso dentro ad un altro romanzo. Perché i segreti sono difficili, ma anche le confessioni hanno la loro contropartita.
'Mi chiedo cosa sia preferibile: attraversare tutta la vita gonfio dei tuoi segreti finché non scoppi sotto la loro pressione, o farteli succhiare fuori, ogni loro paragrafo, ogni frase, ogni parola, cosicché alla fine sei svuotato di tutto ciò che un tempo per te era prezioso come oro accumulato, che ti era vicino come la tua pelle... '
Una struttura perfetta e complessa che utilizza flashback, anticipazioni, romanzo nel romanzo e articoli di giornale per creare una trama in sospeso, un'attesa che tiene avvinghiati alle parole della narratrice nel bisogno di sapere. Un lente d'ingrandimento sulla vecchiaia: l'attempata Iris ripercorre la sua vita, graffiando le pagine con la lentezza di una mano tutta pelle e dolori; nel frattempo ci racconta la sua fatica per arrivare al bar vicino, il bisogno di calcolare un percorso tenendo conto dei bagni, il sopravvento di un corpo acciaccato sui desideri e sulle intenzioni. Ma anche un romanzo su un grande amore, raccontato attraverso dialoghi secchi e descrizioni di squallide stanze di fortuna dove si aprono squarci di intensità nei silenzi sull'incontro tra due anime affamate. Un romanzo sulle donne (le donne di un tempo, mettiamola così) e sulla loro necessità di mimetizzarsi dietro una cortina di gelida noncuranza per non dover pagare caro il prezzo sempre in agguato: la vendetta e la collera del potere maschile. Una storia sul doppio, due sorelle che scelgono due modi diversi per affrontare la fuga, pagando entrambe un tributo terribile: la scomparsa, in tanti modi diversi, la perdita, l'identità impossibile da dichiarare. In un mondo di guerra e di denaro è solo in una narrazione fantascientifica che la poesia trova il suo spazio è l'amore viene dichiarato: in quel mondo lontano dalle tante lune l'assassino cieco può salvare la vergine muta dal suo destino di morte. Ma quella storia sarà raccontata solamente nascosta in un romanzo chiuso dentro ad un altro romanzo. Perché i segreti sono difficili, ma anche le confessioni hanno la loro contropartita.
'Mi chiedo cosa sia preferibile: attraversare tutta la vita gonfio dei tuoi segreti finché non scoppi sotto la loro pressione, o farteli succhiare fuori, ogni loro paragrafo, ogni frase, ogni parola, cosicché alla fine sei svuotato di tutto ciò che un tempo per te era prezioso come oro accumulato, che ti era vicino come la tua pelle... '
Honky Tony Samurai di Joe R. Lansdale
Leggere Lansdale è sempre una festa. Che scriva horror, simil-western, romanzi per ragazzi o detective story non c'è niente da fare: sali sulla giostra, i bulloni si allentano e ti trovi a vorticare nel nulla tra sedili e brandelli di carne. E nel volo assurdo che ti travolge sorridi, a tratti ridi, a volte sghignazzi con gusto. Perché è tutto meravigliosamente vero, meravigliosamente finto, così ben scritto e ritmato da darti piacere per il solo fatto di lasciarti portare dall'onda. Per questo corri in libreria, se ti dicono che è uscito l'ultimo degli 'Hap & Leonard', la fortunata serie di Lansdale che ha come protagonisti i due più improbabili e simpatici detective della letteratura. Leonard è nero, gay e conservatore; Hap è un bianco liberal, sentimentale e innamorato follemente di Brett, la rossa indomabile compagna di molte avventure. Non so giudicare se Honky Tonk Samurai sia riuscito più o meno degli otto precedenti: non riesco più a distinguere le storie e non mi interessa: l'importante è trovarsi ancora una volta nel centro di un tornato, accanto a nani assassini, tra vecchie prostitute dalla linguaccia maligna e pazzoidi razzisti in cerca di sangue. E, ancora una volta, aggiornare il vocabolario dello sproloquio: ci si sciacqua la bocca, si rinfrescano le orecchie e finalmente ci si diverte. È Lansdale, è sempre una festa.
sabato 10 dicembre 2016
Lo schiavista di Paul Beatty
'Ti ricordi quelle foto del presidente nero e della sua famiglia che camminano sottobraccio sul prato della Casa Bianca? All'interno di quegli scatti, in quel preciso istante, è solo quello, non c'è nessun cazzo di razzismo'
Ecco, si può partire da questa considerazione per capire qual è il centro pulsante de 'Lo schiavista', vincitore del Man Booker Prize 2016: gli anni della presidenza Obama hanno regalato bellissime immagini del superamento del razzismo, ma di questo si tratta, di immagini, apparenza, superfici patinate. Un uomo nero che diventa presidente è un passo avanti verso una società senza discriminazioni, è innegabile; ma i percorsi culturali che portano (se mai accadrà) ad una convivenza tra etnie e generi non giocata sui rapporti di forza sono lunghi, tortuosi e richiedono un lavoro profondo. Ispirandosi agli studi sullo sviluppo dell'identità nera, Paul Beatty riesce a costruire una trama sul tema della razzismo rimosso negli anni del politicamente corretto.
«So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente. Non ho mai evaso le tasse, non ho mai barato a carte. Non sono mai entrato al cinema a scrocco, non ho mai mancato di ridare indietro il resto in eccesso a un cassiere di supermercato».
Questa la voce narrante, il protagonista Bonbon, nato a Dickens – ghetto alla periferia di Los Angeles - cresciuto dal padre sociologo che lo ha sottoposto fin da bambino a una serie di assurdi esperimenti sulla razza. Il padre viene ucciso dalla polizia in una sparatoria e successivamente il ghetto di Dickens viene cancellato dalle carte geografiche: è la soppressione silenziosa e senza spargimenti di sangue di una identità. A quel punto il più famoso residente della città – Hominy Jenkins, celebre protagonista della serie Simpatiche canaglie ormai caduto in disgrazia – non regge a questa realtà sfuggente e falsamente egualitaria e prega Bonbon di assumerlo come schiavo, nella confusa sicurezza che quella sia l'unica parte nella quale si sentirà di nuovo bene. Da qui all'idea di ripristinare la segregazione razziale il passo è breve e Bonbon si trova a guidare un esperimento che potrebbe far rivoltare il padre nella tomba.
Brillante, esplosivo, imperfetto, 'Lo schiavista' è un romanzo coraggioso e di inarrestabile energia, rabbia e riflessione. La fatica di dimostrarsi all'altezza della fiducia dei bianchi pesa e intristisce, fino a spingere Bonbon a rovesciare il tavolo, le carte e le regole del gioco: basta con il 'sorrisetto inerte', l'atteggiamento servile e la faccia indossata nell'ansia di compiacere il potere.
'La faccia indossata ogni singolo istante in cui sei al lavoro e non ti trovi in bagno, esibita al bianco che ti passa accanto e con aria condiscendente ti batte una mano sulla spalla e dice: <<Stai facendo un ottimo lavoro. Continua così >>. La faccia che finge di essere convinta che sia stato l'uomo migliore a ottenere la promozione, anche se nel profondo sia tu sia loro sapete bene che in realtà l'uomo migliore sei tu, e che l'uomo migliore in assoluto è la donna al secondo piano'
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Ecco, si può partire da questa considerazione per capire qual è il centro pulsante de 'Lo schiavista', vincitore del Man Booker Prize 2016: gli anni della presidenza Obama hanno regalato bellissime immagini del superamento del razzismo, ma di questo si tratta, di immagini, apparenza, superfici patinate. Un uomo nero che diventa presidente è un passo avanti verso una società senza discriminazioni, è innegabile; ma i percorsi culturali che portano (se mai accadrà) ad una convivenza tra etnie e generi non giocata sui rapporti di forza sono lunghi, tortuosi e richiedono un lavoro profondo. Ispirandosi agli studi sullo sviluppo dell'identità nera, Paul Beatty riesce a costruire una trama sul tema della razzismo rimosso negli anni del politicamente corretto.«So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente. Non ho mai evaso le tasse, non ho mai barato a carte. Non sono mai entrato al cinema a scrocco, non ho mai mancato di ridare indietro il resto in eccesso a un cassiere di supermercato».
Questa la voce narrante, il protagonista Bonbon, nato a Dickens – ghetto alla periferia di Los Angeles - cresciuto dal padre sociologo che lo ha sottoposto fin da bambino a una serie di assurdi esperimenti sulla razza. Il padre viene ucciso dalla polizia in una sparatoria e successivamente il ghetto di Dickens viene cancellato dalle carte geografiche: è la soppressione silenziosa e senza spargimenti di sangue di una identità. A quel punto il più famoso residente della città – Hominy Jenkins, celebre protagonista della serie Simpatiche canaglie ormai caduto in disgrazia – non regge a questa realtà sfuggente e falsamente egualitaria e prega Bonbon di assumerlo come schiavo, nella confusa sicurezza che quella sia l'unica parte nella quale si sentirà di nuovo bene. Da qui all'idea di ripristinare la segregazione razziale il passo è breve e Bonbon si trova a guidare un esperimento che potrebbe far rivoltare il padre nella tomba.
Brillante, esplosivo, imperfetto, 'Lo schiavista' è un romanzo coraggioso e di inarrestabile energia, rabbia e riflessione. La fatica di dimostrarsi all'altezza della fiducia dei bianchi pesa e intristisce, fino a spingere Bonbon a rovesciare il tavolo, le carte e le regole del gioco: basta con il 'sorrisetto inerte', l'atteggiamento servile e la faccia indossata nell'ansia di compiacere il potere.
'La faccia indossata ogni singolo istante in cui sei al lavoro e non ti trovi in bagno, esibita al bianco che ti passa accanto e con aria condiscendente ti batte una mano sulla spalla e dice: <<Stai facendo un ottimo lavoro. Continua così >>. La faccia che finge di essere convinta che sia stato l'uomo migliore a ottenere la promozione, anche se nel profondo sia tu sia loro sapete bene che in realtà l'uomo migliore sei tu, e che l'uomo migliore in assoluto è la donna al secondo piano'
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mercoledì 7 dicembre 2016
Madame Bovary di Gustave Flaubert
(la soddisfazione delle riletture
😊, scoprire che la bellezza di un romanzo è data, in parte, dalle tante eco che la voce del narratore fa risuonare)
Oh il futuro, orizzonte roseo dalle forme superbe, dalle nubi dorate, là dove il vostro pensiero vi accarezza, e il cuore parte in estasi e che, via via che si procede, come in effetti l'orizzonte, arretra, arretra e sparisce. Ci sono momenti in cui si crede di toccare il cielo, che si stia per afferrarlo con la mano, crac, una piana, un vallo che scende, e si corre sempre trascinati da se stessi per rompersi il naso su un sasso, affondare i piedi nella merda, o cadere in una fossa.'
Così scriveva il giovane Flaubert ad un amico e questo ripete più e più volte nelle lettere: che siamo degli esseri pieni di desiderio e di tensione verso la bellezza ma la vita è un deserto di fango e materia alla quale noi stessi, con la nostra bêtise, contribuiamo. Parola chiave di Flaubert, bêtise: si tratta di una stupidità specifica e molto diffusa, a parere dello scrittore, una sorta di ignoranza, un'incapacità di vedere la realtà per quel che è, il linguaggio dei luoghi comuni e del non-pensiero.
Madame Bovary e tutti gli altri personaggi del famosissimo romanzo partecipano di questa 'bestialità', di questa lettura del reale stupida e conformista. Emma, donna vitale e appassionata, guarda al mondo attraverso le lenti del romanticismo più sciocco: immagina cavalieri, castelli, dame eleganti e drammatiche, gondole e tessuti preziosi come scenari indispensabili al manifestarsi dell'Amore, la passione totale, il fuoco che dovrebbe divampare e incendiarla; il farmacista Homais, uomo pratico ed ottimista, si affida ad una cieca fiducia nelle 'magnifiche sorti et progressive' dell'umanità che Flaubert derideva al pari di Leopardi, in nome delle quali condurrà Charles Bovary ad una operazione pericolosa su di un povero ragazzo zoppo: punto centrale del romanzo, l'intervento che il dottor Bovary viene spinto a tentare provocherà profonda infelicità a Charles ed al ragazzo. Il più 'bestiale' di tutti sembrerebbe proprio lui, il signor Bovary, ritratto fin dall'inizio del romanzo come un ragazzo impacciato, con un ridicolo berretto e maniere da contadino intimidito: ma forse, nella sua natura mite e tranquilla, è meno colpevole di altri dell'infelicità di Emma: più di così non potrebbe proprio fare.
La storia è nota: Emma sposa il medico Charles Bovary dopo aver passato anni in convento e poco tempo a casa con il padre; non sa niente della vita, ma è un essere del desiderio: sogna di essere una moglie soddisfatta ma la realtà la delude; sogna di essere ricca ma ogni passo la porta verso la rovina economica; sogna il grande Amore ma troverà due amanti con i quali reciterà i ruoli contrapposti di dominata e dominatrice, senza che i due uomini facciano per lei quello che desidera e cioè portarla via, fuggire, evadere da quel deserto che è la vita di provincia per collocarla dove si sentirebbe a casa: nel centro del magma (...Parigi!) o nel silenzio dell'infinito ritmo universale (la notte, il cielo stellato, il movimento delle onde). Vorrebbe essere un uomo, Emma Bovary, per non dover dipendere da altri e poter prendere in mano il proprio destino; chissà, cosa ne avrebbe fatto, in quel caso, di tanta ambizione...
Emma ci irrita e non c'è nulla in lei che susciti l'empatia del lettore: recita, mente, è fredda e sprezzante, non riesce neppure ad amare la figlia. Eppure, la trappola in cui la sua vita si trasforma, la sua lunga e dolorosa agonia (Flaubert soffrì di dolori terribili, mentre la scriveva), ci ricordano le nostre trappole e i nostri deserti. La voce di Flaubert ci incanta, nel suo mantenersi in bilico tra distanza e partecipazione, nel suono che produce l'intersecarsi della voce di Emma con il quella del suo burattinaio, che la deride e ride di sé e di tutti noi per la nostra implacabile sete: desiderio puro per l'impossibile nel deserto della vita.
Madame Bovary è prima di tutto 'stile', perché questa era la scommessa di Flaubert che lavorò al testo quasi cinque anni, scrivendo e riscrivendo: tentare una prosa che avesse in sé il ritmo della grande poesia del passato e insieme uno stretto rapporto con il 'reale'. La ricerca della forma, all'opposto della bêtise, ci salva dal vuoto del pensiero e del linguaggio ed è l'unica trascendenza possibile per il cinico Flaubert.
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